Amici di Pirandello, Sciascia, Empedocle

"La vita o si vive o si scrive" (Luigi Pirandello) - "Regnando Amicizia ogni cosa va ad unirsi" (Empedocle) - "Non si capisce un sogno se non quando si ama un essere umano" (Leonardo Sciascia)

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Nome: Ubaldo Riccobono
Laureato in giurisprudenza, coniugato, padre di due figlie, Dirigente Amministrativo Struttura Complessa AZ. Osped.ra San Giovanni di Dio di Agrigento (SSN) a riposo, già Direttore Amministrativo della medesima (2002-2005), giornalista pubblicista (ho scritto: Gazzetta dello Sport, La Sicilia e Giornale di Sicilia). Segretario Società Agrigentina di Storia Patria. Consigliere Lions Agrigento Host. Consulente volontario Servizio Regionale Biblioteca Museo Luigi Pirandello di Agrigento. Socio onorario dell'Ente Parco Letterario Luigi Pirandello. Scrittore, ho pubblicato il romanzo "Una contrada chiamata Consolida" terzo premio al concorso internazionale "Mario Soldati" 2004, organizzato dal Centro Pannunzio di Torino, sotto l'Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica. Premio Sikelè 2007 per saggistica e critica. Ho presentato e ridotto in volume la commedia "Non si sa come" di Luigi Pirandello (2005). Ho pubblicato in riviste: racconti e recensioni letterarie.

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domenica, 11 maggio 2008

RICORDO DI MADRI 

La Madre, Luigi Verrino
ALLA MADRE

 I
Ora la tua immagine si ridesta
prepotente nell’arco della sera,
la tua sembianza mesta
nel vano della porta dura
fosforescente miraggio
a lenire una più acuta paura
nel ricordo di un algido maggio.
 

II
Precipite la luna
s’inabissava dietro le colline,
lasciando appena
un alone boreale.
Rannicchiato, nell’angolo buio
trafelato di paura
battevo i denti;
mano di madre
grande ala protettrice
immensa si posò sul mio capo.

III
Le tue parole suadenti
come risonanze lontane
ritornano nelle sere cupe,
allorchè il cuore si stringe
e dal fondo rimesta
aspri sentimenti.
Con esse fermavi
le mie mani impulsive
ed ora l’eco dissolve
l’ultima barriera.
 

Ubaldo Riccobono

 

LA MADRE DI PIRANDELLO
La madre di Pirandello 

“Roma 11 VIII 1915

Mamma mia santa,
oggi passano da Roma Lina e Giovanni, che vengono a vederti; io non posso, purtroppo, e tu lo sai, venire con loro; ma tu pensami e vedimi insieme con Annetta e con Enzo, accanto a Te, Mamma, perché io non stacco un solo momento il mio pensiero da Te e ti vedo come se io fossi davanti e mi struggo di non poterti baciare codeste sante mani, che tante cure e tante carezze mi diedero quando forse d’un tuo conforto e d’una tua carezza non sentivo il disperato bisogno che sento adesso! Ma non credere, Mamma mia, che il mio animo non sia forte. Io resisto con coraggio alla prova; ma sento che meglio resisterei se Ti fossi vicino, se tu con gli occhi amorosi mi sostenessi di tanto in tanto.
Oggi ho buone notizie dal campo: Stefanuccio è a riposo e m’annunzia che forse il suo reggimento avrà il cambio. Sta bene; mi dice di sentirsi vivissimo, e che sotto la tenda ha trovato anche un momento di tempo per scrivere ai Nonnini due parole. Le avrete forse ricevute a quest’ora.
Bisogna che tutti ci facciamo forza l’un l’altro, in questo momento; ci teniamo uniti col cuore; nessuno manchi; il momento è grave; può diventare più grave; ma dobbiamo superarlo e lo supereremo.
Tu, Mamma, per tutti noi, comanda ancora al tuo corpo stanco e tormentato di resistere: noi vogliamo trovarci ancora insieme, quando Stefanuccio ritornerà, a festeggiare la nostra vittoria, la vittoria d’Italia.
Con questa speranza, e pieno di fede, Mamma mia, ti bacio con tutta l’anima. Pensa a me, vedimi con gli altri figli presente, e i nostri voti concordi siano esauditi!

Tuo, sempre Luigi.

Questo è il testo della lettera scritta da Luigi Pirandello alla madre morente e che fu messa tra le mani della morta due giorni dopo (13 agosto 1915). Subito dopo la morte della madre lo scrittore concepì la novella Colloqui con i personaggi, nella quale immagina che la madre lo venga a trovare per narrargli le vicissitudini della famiglia, i moti del ’48, l’esilio e la morte del padre a Malta, il risorgimento. 

"… E mi è venuto, accostandomi per la prima volta all’angolo della stanza ove già le ombre cominciavano a vivere, di trovarmi una che non mi aspettavo: ombra solo da ieri. Ma come, Mamma? Tu qui? E’ seduta, piccola, sul seggiolone, non di qui, non di questa mia stanza, ma ancora su quello della casa lontana… mi guarda e mi accenna di sì, che è voluta venire per dirmi quello che non potè per la mia lontananza, prima di staccarsi dalla vita…"

 Ci sono i crucci e le incertezze dei tempi di guerra, della grande guerra. E lo scrittore, triste e amareggiato, ritrova la madre viva, quella d’un tempo, che ha vissuto difficile esperienze familiari e lo incoraggia.; così gli rimane indelebile un ricordo, struggente ma reale al tempo stesso, e la cara voce che gli sospira:

 “Guarda le cose anche con gli occhi di quelli che non le vedono più! Ne avrai un rammarico, figlio, che te le renderà più sacre e più belle”

 

DUE SONETTI IN DIALETTO
DI ALESSIO DI GIOVANNI
IN MORTE DELLA MADRE

 Alessio Di Giovanni

‘NA DUMANNA

 

Persi la vita mia tutti li ‘ncanti…
Sugnu senza mammuzza ‘ntempu un nenti…
Oh Diu! pirchì sempri l’haiu davanti
Comu la vitti l’urtimi mumenti?!...

 Pàllita e stracangiata, ad occhi spanti,
Pativa li cchiù crudi patimenti,
Cu ‘na pacenza ca mancu li santi,
Pi nun dàricci pena a li parenti…

 Matruzza amarÑ—ata!... cci vasava
La manu fridda, ed idda nni la vara,
Cu l’occhi chiusi, muta, ca ‘un ciatava…

 Quant’era rispittusa nun si dici!…
Ed ora sulu, nni sta vita amara,
Ora com’è ca fazzu iu ‘nfilici?!...

 

 LACRIMI DI SANGU

 No, nun cci criju, no, ca tu si’ morta!...
Comu cala la sira, iu cci giuru
Ca sentu la tò vuci, apru la porta
Ed aspettu c’a vèniri sicuru…

 Si ‘na vuci lu ventu mi straporta,
Si nquarchedunu passa muru muru,
Iu ti chiamu trimannu, e di la porta,
Cu la manu ti cercu nni lu scuru…

 Oh, vinissi ‘na vota! … Addinucchiuni,
Comu davanti a Diu Sacramintatu,
Iu  ti dirria:- Mamà, dammi un vasuni!

 E si arreri sintissi la tò vuci,
Si p’un mumentu t’avissi a lu latu,

Purtassi cchiù sirenu la mè cruci!...

venerdì, 02 maggio 2008

GIORNI DI MAGGIO

Leonardo Sciascia L’inverno lungo improvviso si estenua
nel maggio sciroccoso: una gelida
nitida favola che ti porta, al suo finire,
la morte – così come i papaveri
accendono ora una fiorita di sangue.
E le prime rose son presso le tue mani esangui,
le prime rose sbocciate in questa valle
di zolfo e d’ulivi, lungo i morti binari,
vicino ad acque gialle di fango
che i greci dissero d’oro. E noi d’oro
diciamo la tua vita, la nostra
che ci rimane – mentre le rondini
tramano coi loro voli la sera,
questa mia triste sera che è tua. 

(Leonardo Sciascia, In memoria,
da La Sicilia, il suo cuore)

 

DALLA PARTE DI SEDARA?
“IL GATTOPARDO” RIVISITATO

Gaspare AgnelloNasce nei giorni fatidici di maggio del 1860, il racconto de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che quest’anno compie cinquant’anni dalla sua prima edizione.
Gaspare AgnelloE con un inconsueto saggio critico, da non addetto ai lavori, l’agrigentino Gaspare Agnello ha voluto celebrare l’evento, ponendo a se stesso e agli interlocutori un grosso interrogativo su un’interpretazione che ritiene suggestiva. Un canovaccio esegetico, che rovescia quasi i termini del romanzo, definito da Francesco Renda, professore emerito di Storia Moderna dell’Università di Palermo, “felice racconto  del 1860 visto dalla parte aristocratica”,.
Per sua stessa ammissione, Gaspare Agnello dichiara di essere prestato alla materia della saggistica storico-letteraria, dal momento che cura soltanto da neofita uno spazio televisivo su una TV locale, intitolato “Un libro per amico” (di cui ha ricavato anche un libro di recensioni), con l’intento precipuo di presentare le pubblicazioni, che con la Sicilia, la sua storia e la sua cultura hanno a che fare: spirito di servizio di un appassionato per appassionati.

Gaspare Agnello, raccolta recensioniTuttavia, egli affronta la proteiforme e spinosa problematica  del capolavoro di Tomasi con certosina umiltà, non scissa però da un pizzico di provocatoria polemica. Egli sostiene che il principe Don Fabrizio appartiene ad un ceto aristocratico in evidente declino, non solo nel regno delle due Sicilie, ma in tutta Don Calogero Sedara Europa, un ceto colto ma parassitario; mentre il borghese di provincia, don Calogero Sedara, può rivendicare il ruolo di una classe che produce e, se anche illetterata e ancora rozza, sicuramente portatrice di valori di cambiamento sociale.
Agnello contesta il settarismo dei giudizi storici affibbiati da Don Fabrizio: a Marx, definito “ebreuccio tedesco”, a Garibaldi tacciato come “quell’avventuriero tutto capelli e barba”, e all’ odiato e denigrato Calogero Sedara.

Francesco Renda  con un giudizio storico nel suo ultimo libro Autobiografia politica afferma:

 

In realtà, la filosofia de Il Gattopardo  non sta nel “cambiare tutto per non cambiare nulla”, ma nell’evitare che il cambiamento danneggi l’aristocrazia… Uscito dalla sala reale, dal colloquio con il sovrano il principe Fabrizio trae la conclusione che la monarchia borbonica è alla vigilia del tramonto. E ragionando fra sé e sé riflette:”Se al posto del re Ferdinando succedesse il repubblicano Mazzini, io diventerei il signor Fabrizio Tomasi e non sarei più il principe di Lampedusa. Se al re Borbone succedesse invece il re Sabaudo Vittorio Emanuele II, io resterei il principe Tomasi di Lampedusa e a cambiare sarebbe solo il dialetto: invece del napoletano si parlerebbe il piemontese. Nella forma cambierebbe tutto, nella sostanza non cambierebbe nulla”.

Leonardo Sciascia, nel capitolo-saggio Il Gattopardo dell’opera Pirandello e la Sicilia,  esalta il ruolo angolare che nel libro riveste il personaggio Angelica, senza il quale Il Gattopardo non avrebbe avuto motivo di esistere, stabilendo un interessante parallelismo con la Duchessa di Leyra di Verga. Angelica è il bel volto della borghesia che diventa aristocrazia, o forse meglio l’aristocrazia che si trasforma in borghesia per incorporazione – operazione di potere, insomma. Tancredi – o tempora, o mores - sposa i soldi, “il capitale”, con il sacrificio dell’amore della cugina Concetta, complice il principe-padre e lo stesso Tancredi. Vi sono nel romanzo due episodi estremamente rivelatori. Il primo riguarda le meditazioni di Angelica:

 “… pur non amandolo, essa (Angelica) era, allora, innamorata di lui, il che è assai differente… In Tancredi essa vedeva la possibilità di avere un posto eminente nel mondo nobile della Sicilia, mondo che essa considerava pieno di meraviglie…”

 Il secondo episodio sancisce il connubio definitivo, quando a don Calogero Sedara, che ammira più che la grazia del soffitto il suo valore monetario, Don Fabrizio dice:

“Bello, don Calogero, bello. Ma ciò che supera tutto sono i nostri due ragazzi.”

 Considera, il Principe Fabrizio, che il Sedara forse era un infelice come gli altri, come lui, e tempera il suo livore con una frase consolatoria per entrambi. Alla fin dei conti, con autoironia considerava che non si poteva tornare indietro e che altri – e non lui - doveva e poteva contaminarsi con il nuovo che incalzava. Che poi i due giovani, diventati vecchi, fossero destinati ad essere inutilmente saggi, rientrava nell’ineluttabilità della vita, così come l’ineluttabilità della saggezza del principe era stata l’unica che l’aveva collocato in un’aura di superiorità, dove i vinti possono trovare utile riparo da ogni contaminazione contingente, accettando la loro sconfitta.
 Palma di Montechiaro (Ag)


MAGGIO 1860

Più che romanzo di storia, Il Gattopardo rappresenta un romanzo introspettivo su destini individuali, collocati su uno sfondo storico. Anzi può affermarsi che mai fatti storici siano stati vissuti in un romanzo con così totale distacco. Del resto è l’indifferenza della Storia nei confronti dell’isola che fa dire a Leonardo Sciascia, a chiosa del famoso colloquio di Don Fabrizio con il funzionario piemontese Chevalley:

“… la convinzione del principe Salina e del principe di Lampedusa che gli arabi abbiano trovato la Sicilia “così”, nelle stesse condizioni in cui la trova il sottoprefetto di Vittorio Emanuele II”

Garibaldi nel 1860Così dovette trovarla Garibaldi, quando sbarcò a Marsala l’11 Maggio. Un popolo sottomesso, ma non dimesso, eserciti avversari increduli. Garibaldi fu favorito dall’effetto sorpresa, dalla fortuna e dalla sua abilità tattica.
Non era un avventuriero, come dice Tomasi di Lampedusa ironicamente, era consapevole di quello che voleva e doveva fare. Molto si è discusso sui presunti tradimenti di ufficiali borbonici, che avrebbero facilitato il compito di Garibaldi. Una posizione razionale e documentata ce la fornisce Leonardo Sciascia nel suo saggio critico Garibaldi e il padre Buttà.
Padre Giuseppe Buttà, di Naso, religioso d’inflessibile legittimismo e di strenua fedeltà ai Borboni e alla loro causa, anche quando fu chiaro essere causa irrimediabilmente persa, scrisse tre libri, tra cui un Viaggio da Boccadifalco a Gaeta. Nel saggio critico dice Sciascia: 

 “scrive tempestosamente, con la rabbia di chi ha visto (o ha creduto di vedere) la propria parte sconfitta non dal numero e dal valore di quella avversa, ma dalla interna disgregazione, dall’inettitudine e dal tradimento dei capi. Della seduzione degli ideali unitari e patriottici, dell’aspirazione alla libertà, di tutte le illusioni che si accompagnarono alla volontà di fare l’Italia, della cultura che le suscitava, non sa e non vuole tenere conto: per lui non c’è aspirazione, ideale, illusione che siano più alte di quelle dell’onore, della fedeltà… Per più di quattrocento pagine il cappellano militare del battaglione Bosco ci racconta fatti in cui il valore e le vittorie di Garibaldi si riducono a una specie di gioco delle parti: tutto già pattuito, il prezzo già pagato o promesso. Garibaldi non è che un piccolo uomo incerto, spaurito e quasi svanito, senza alcun piano, senza alcuna strategia”

Battaglia di Calatafimi Leonardo Sciascia, dopo aver ricordato che a Calatafimi e a Milazzo, Garibaldi riesce a vincere proprio quando stava per perdere, ricorda “la diversione di Corleone”,  punto nodale e fatale di tutta la guerra, quando una colonna di quattromila borbonici s’era affannata ad inseguirne sessanta, lasciando la possibilità al grosso di Garibaldi e ai volontari di La Masa di entrare a Palermo, che fu conquistata  non senza colpo ferire.

 

Barricata di PalermoPalermo bombardata, 1860




I FATTI DI BRONTE

Il film Bronte “Il 16 maggio 1860 giunse a Bronte notizia della vittoria di Calatafimi. I liberali scesero in piazza con la bandiera tricolore… Forse in quella stessa giornata, il notaro Ignazio Cannata (notaro della Ducea), alla vista della bandiera tricolore disse:”Perché non levate questa pezza lorda?” (Leonardo Sciascia, I fatti di Bronte, da Pirandello e la Sicilia)

Queste parole accrebbero l’odio e fecero crescere il fermento. La cittadina di Bronte era stato oggetto di soprusi, si può dire da sempre. Nel 1491 il suo territorio con Bolla Pontificia era stato trasferito all’Ospedale Maggiore di Palermo e nel 1799 una donazione borbonica l’aveva dato a Nelson. La causa che ne era scaturita  non vedeva mai sbocchi. Il popolo, dopo il proclama di Garibaldi sullo smantellamento dei feudi e la spartizione delle terre, riteneva che la donazione fosse decaduta ipso iure, soprattutto perché era stato restituito agli abitanti di Bisacquino un ex feudo. Le elezioni svoltesi nella seconda quindicina del mese di giugno, e conclusesi con la vittoria della fazione ducale, suscitarono tra il popolo il malcontento contro i cappelli (i galantuomini).

“Fra il primo e il 2 agosto, il paese venne bloccato da picchetti di popolani: i galantuomini  erano in trappola dentro il paese. Il notaro Cannata uscì di casa armato di doppietta: e la sua temerarietà fu forse la goccia che fece traboccare il furore popolare”(Leonardo Sciascia, I fatti di Bronte, da Pirandello e la Sicilia)

L’avvocato Nicolò Lombardo, capo della fazione comunista, cercò di arringare invano la folla in preda all’odio, che dilagò in un crescendo terribile.

 Giovanni Verga

“Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza:”Viva la libertà!”
Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola.
A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri! – Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie.
- A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l’anima! – A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! – A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente!”
(Giovanni Verga, Libertà, novella)

Bronte, cronaca di un massacroLe pagine di Verga sono la più alta e tragica testimonianza degli avvenimenti. Il notaro Cannata venne ucciso e con lui altri dieci tra nobili, ufficiali e civili. Arrivato a Bronte il generale Nino Bixio, fa giustizia sommaria, ha fretta di chiudere la partita. Pagarono Nicolò Lombardo e i suoi compagni, incredibilmente denunciati come capi della reazione borbonica, proprio da coloro della fazione ducale, che sedevano tranquilli nel Consiglio Civico. E tutto ciò malgrado il governatore di Catania avesse scritto che i fatti di Bronte non erano l’effetto della reazione, ma l’effetto d’essersi negata al popolo la divisione delle terre del demanio comunale.


Florestano Vancini Il regista Florestano Vancini nel suo film sul massacro è sulla stessa linea del Verga, tuttavia fa risaltare il silenzio colpevole della storia su un episodio che fu visto - forse voluto vedere - come una reazione canagliesca, mentre furono moti giustificati da diritti negati da tempo immemorabile, che avrebbero meritato intanto un processo giusto e po, per i colpevoli, una amnistia o quanto meno pene più eque.
Finirono per pagare innocenti, senza prove e possibilità di difesa; e, ironia della sorte, il proclama di Bixio dopo l’esecuzione capitale faceva cenno sul fatto che il governo si stava occupando del reintegro dei demani comunali.

 Gli assassini, ed i ladri di Bronte sono stati severamente puniti – Voi lo sapete! la fucilazione seguì immediata i loro delitti – Io lascio questa Provincia – i Municipi, ed i Consigli civici nuovamente nominati, le guardie nazionali riorganizzate mi rispondano della pubblica tranquillità!... Però i Capi stiano al loro posto, abbino energia e coraggio, abbino fiducia nel Governo e nella forza, di cui esso dispone – Chi non sente di star bene al suo posto si dimetta, non mancano cittadini capaci e vigorosi che possano rimpiazzarli. Le autorità dicano ai loro amministrati che il governo si occupa di apposite leggi e di opportuni legali giudizi pel reintegro dei demanî – Ma dicano altresì a chi tenta altre vie e crede farsi giustizia da sè, guai agli istigatori e sovvertitori dell’ordine pubblico sotto qualunque pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole. Il comandante militare della Provincia percorre i Comuni di questo distretto. Randazzo 12 Agosto 1860.    IL MAGGIORE GENERALE G. NINO BIXIO.

In Noterelle di uno dei mille, Giuseppe Cesare Abba parla di un Nino Bixio in lacrime. Ma, vista tanta durezza e decisione, Sciascia non lo crede possibile e non gli si può dare torto.

1° MAGGIO 1947
A PORTELLA DELLA GINESTRA
1^ STRAGE DI STATO

Karl Marx  Karl Marx era morto da 6 anni, quando i delegati della seconda internazionale socialista istituirono a Parigi nel 1889 la festa del 1° Maggio. Da allora la ricorrenza venne regolarmente osservata. In Italia fu sospesa durante il regime fascista, ma venne ripristinata alla fine del secondo conflitto mondiale. E proprio nell’immediato dopoguerra, nel 1947, il 1° Maggio in Sicilia venne funestato da una strage: a Portella della Ginestra, dove s’erano raccolte duemila persone per festeggiare la festa dei lavoratori. Dalla vicina collina partirono raffiche di mitra che colpirono a morte undici persone, di cui due minori, e ne ferirono altre 27, alcune delle quali morirono in seguito per la gravità delle ferite.

Renato GurrusoA sparare erano stati gli uomini del famigerato bandito di Montelepre (Palermo), Salvatore Giuliano.
Francesco Rosi, registaUna testimonianza di questa fosca pagina della storia politica siciliana e italiana è il film-inchiesta di Francesco Rosi, sul quale Leonardo Sciascia, sul saggio La vera “storia di Giuliano fornisce il seguente giudizio:

“a mio parere è il migliore, assolutamente, tra i tanti che in questi ultimi anni della Sicilia hanno declinato fatti, aspetti e problemi”

Sciascia rilevò una certa adeguatezza nel rapporto tra il film e la realtà siciliana, tuttavia denunciò quelle reazioni di un certo pubblico tra cui viveva la leggenda del bandito cavalleresco, nobile, pietoso, consentendo quasi a un mito. E tutto ciò malgrado era netto il giudizio di condanna del film – umana, civile, storica – sulla classe dirigente da cui il bandito, per scopi di conservazione padronale ed elettoralistici, era mosso.
Ignazio Buttitta (1899-1997), poetaNella Vera storia di Turiddu Giuliano del poeta Ignazio Buttitta (1899-1997, premio Viareggio 1972 con Io faccio il poeta), Sciascia invece ritiene che il bandito non è del tutto sottratto al mito, anche perché la poesia di Buttitta, poeta di piazza, poeta popolareggiante, non può non esserne, in un certo senso, condizionata.

A Purtedda Ginistra, si cci iti,
truvati ancora petri ‘nsanguinati.
E ddeci nomi di morti liggiti
ca ‘nta na grossa petra su stampati.
Tannu si dissi ca fu Giulianu
ca siminò ddi morti ‘nta ddu chianu

 Tuttavia il sentimento che Buttitta ha verso Giuliano è di pietà, non di ammirazione, pietà per il figlio di mamma:

 La matri d’un briganti matri resta

Salvatore Giuliano, film di RosiQuello che dice Sciascia, della “vera” storia di Giuliano, era il messaggio che allora passava e faceva presa sul popolo: si era creata negli strati popolari, del personaggio, un’immagine mitica, che nella realtà era tutt’altro che mitica ed era anzi da rimuovere. E ciò resisteva, malgrado determinati fatti fossero stati ammessi poi dallo stesso Giuliano e dal suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, che l’aveva ucciso nel 1950,  e che a sua volta, quattro anni dopo, fu avvelenato in carcere, dopo che aveva dichiarato di voler rivelare i mandanti della strage.
Quella festa, in effetti, cadeva appena dieci giorni dopo la incontrovertibile vittoria del Blocco del Popolo delle elezioni regionali siciliani del 1947 (Partito Comunista, Partito Socialista, Partito d’Azione, Indipendenti di sinistra)  con il 30% del voto dell’isola, e proprio in vista delle elezioni politiche nazionali.
Francesco Renda Una testimonianza in proposito ci proviene dallo storico, Francesco Renda, professore emerito di Storia Moderna all’Università di Palermo, il quale, quel giorno, avrebbe dovuto parlare alla festa di Portella della Ginestra, ma arrivò con qualche minuto di ritardo, mentre s’era scatenato l’inferno.

“Un attentato terroristico come quello di Portella della Ginestra non poteva essere opera del solo Giuliano  e della sua banda. Da Montelepre Giuliano non avrebbe potuto recarsi  a Portella senza il consenso e il concorso della mafia… Secondariamente l’attentato era di tale livello politico che Giuliano da solo non sarebbe stato in grado nemmeno di concepirlo, senza esservi spinto da personaggi in grado di garantirgli protezione e sostegno. La tesi di Scelba nell’attribuire a priori tutta la colpa a Giuliano escludeva il concorso della mafia e l’esistenza di mandanti” (Francesco Renda, Autobiografia politica)

La tesi di Renda è chiaramente orientata ad una evidente strage di Stato, sulla quale avevano avuto un ruolo non indifferente svariate componenti. Innanzitutto la dottrina Truman di mandare all’opposizione il Blocco del Popolo, programmata con De Gasperi, al quale il trambusto della strage tornò utile per aprire la crisi di governo. Non appariva confacente la strage di contadini in una sperduta campagna dietro i monti che circondavano Palermo. Ci doveva essere un obbiettivo più ravvicinato, quello di fermare le lotte contadine per la terra, disgregare il movimento contadino, colpire la sinistra comunista e socialista, creare tensione e terrore. Non a caso la Democrazia Cristiana, minoritaria in Sicilia, riuscì ad imporre un governo monocolore, che in seguito l’avrebbe fatta confermare come forza egemone, a maggioranza assoluta.
Non contraddice, anzi riafferma la tesi della strage di Stato la recente ipotesi di un tentativo di riaffermare un blocco nero ad opera di reduci fascisti, spalleggiati dei servizi neo-nazisti, reduci militanti della Decima Mas del principe Junio Valerio Borghese. Tuttavia la strana uccisione di Giuliano e poi quella di Pisciotta, quest’ultimo avvelenato in carcere, lasciano immaginare intrecci consolidati nel tempo e nello spazio e non certamente avulsi dal contesto politico siciliano, nazionale e internazionale di allora.

Portella della Ginestra, lapide

 

domenica, 27 aprile 2008

NOMI, FIORI E LETTERATURA
(in occasione di un compleanno)

Viola del pensieroOggi è festa grande: la mia adorata nipotina compie due anni e il 3 maggio prossimo festeggerà anche l’onomastico. Mi si perdonerà, quindi, per questa occasione speciale, l’irriverenza di rendere pubblica la dedica a lei di un semplicissimo componimento senza pretese, a fronte della pubblicazione di poesie di grandi poeti che evocano il nome Viola.
 

A Viola 

Vinci la rosa:
il suo profumo attrae
e fa schermo all’insidia
delle spine;
non ha scopi reconditi
la tua vellutata fragranza:
nasce dalla schiettezza
della natura.

 Venisti a noi
in un giorno di Pasqua
schiudendoti alla vita,
omaggio di resurrezione,
mirabile visione
a dettarci l’esempio.

 Ora la tua presenza colorata
nel tepore dei giorni
del Natale
si fa messaggio durevole
d’amore.

Questo componimento fu dettato, nel Natale 2006, dalla liturgia del colore viola e da reminiscenze letterarie, relative al contrasto scritto da Bonvesin de la Riva (Milano 1240-1315), frate laico dell’Ordine degli Umiliati, “doctor in gramatica”, intitolato Disputa della rosa con la viola (quartine di alessandrini in 248 settenari doppi), di cui riporto uno stralcio finale.

VioleRosaRosa 2 El ha dao la venzudha a la vïora olente
perzò k’ella e plu utile, guardand[o] comunamente;
compensando tut[e] cosse, plu degna e plu placente,
e ke maior conforto significa a tuta zente.

El ha dao la perdudha a la rosa marina,
ké computand[o] tut[e] cosse ella non è sì fina.
La rosa per vergonza la soa testa agina,
e gramamente a casa sì torna sor la spina.

La vïoleta bella, la vïoleta pura
alegra e confortosa se ’n va co la venzudha.
Ki vol ess[e] cum’ vïora e trà vita segura,
sïa comun et humel et habia vita pura.

 In questa tenzone allegorico-didattica i due fiori rappresentano vizi e virtù: la rosa, superbia ed avarizia; la viola, umiltà e carità. Ma è lecito individuare in essa un significato socio-politico, con la  rosa a raffigurare la potente aristocrazia, laddove la viola invece si riferisce al ceto borghese, classe di cui faceva parte Bonvesin, uomo della riva come la viola (“ma tu sì nasci in le rive”).

Bonvesin de la RivaUn genere letterario, la tenzone, importato in Italia nel duecento dalla letteratura provenzale, come contentio tra due o più interlocutori (nella specie della rosa e della viola, chiaramente simbolica). Nella rosa può rinvenirsi anche la simbologia della superbia del leone, anticipazione dantesca di Fra Bonvesin, riscontrabile anche nel Libro delle tre scritture, tripartito in De scriptura nigra, De scriptura rubra, De scriptura aurea, dove appare evidentissima la successiva strutturazione dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso che ne avrebbe fatto Dante nella Divina Commedia.

 

Bonvesin de la Riva

Viola e il Non ti scordar di me
in Johann Wolfgang Goethe

J.Wolfgang GoetheGoethe diceva che “la poesia indica i segreti della natura e cerca di risolverli per mezzo dell’immagine”. La sua poetica si fondò sull’osservazione costante del regno naturale: dovunque andasse, indugiava a catalogare piante, fiori e minerali e fu all’ossessiva ricerca della pianta originaria, dalla quale poter derivare, diceva lui, come prototipo di tutte le piante possibili.  Anche Goethe si colloca nel solco della concezione di Bonvesin de la Riva, esaltando le qualità della viola, finendo per prediligerle però il leggendario Non ti scordar di me, simbolo per lui di fedeltà eterna dell’amore.  

La buona violetta io la stimo molto:
è tanto modesta e tanto
odorosa; ma io ho bisogno
di più, nel mio acerbo affanno.
A voi soltanto voglio confidarmi:
su questi picchi rocciosi e aridi
non troverò la mia bella.

Ma la donna più fedele della terra
incede presso il ruscello, in basso,
sospira e geme sommessa
fino al giorno del mio riscatto.
Quando coglie un fiore celeste
e ripete: non ti scordar di me!
lo sento anche di lontano.

Certo, si sente la forza di lontano,
se due si amano davvero;
nella notte del carcere sono rimasto
ancora vivo per questo.
E nche se mi spezza il cuore, basta che
io esclami: non ti scordar di me!
e rinasco alla vita.

goethe_roma 

Totò e la viola

TotòPer Totò, che fu anche finissimo poeta, è la viola simbolo eterno d’amore e di rimpianto, quantunque disperato possa essere l’intimo sentimento: mette salde radici nel cuore d’ogni innamorato ed evoca sempre il ricordo dell’amata, come canta in questa delicara composizione in dialetto napoletano.

Viola d'ammore

Pe nun me scurdà 'e te aggio piantato
dint'a nu vase argiento,  na violetta
cu 'e llacreme 'e chist'uocchie l'aggio arracquata
e ll'aggio mise nomme:"Oh mia diletta!".

E songhe addeventato 'o ciardiniere
'e chesta pianta...simbolo d'ammore
"Oh dolce violetta del pensiero...
...he mise na radice int'a stu core!".


 

La viola di Pier Paolo Pasolini

Nelle Poesie a Casarsa, opera pasoliniana in dialetto friulano di giovanile formazione, predomina il contrasto tra la bellezza eterna, mitica, della natura in un arcaico mondo contadino, eden dove potersi rifugiare, e un narcisistico senso di morte dell’interna sofferenza esistenziale per l’innocenza perduta. L’ispirazione risente ancora dell’influsso di accenti decadenti e di modelli ermetici, temperati in parte dall’uso del dialetto materno, ma rimane integra come vagheggiata aspirazione, come ben si evidenzia nella composizione poetica Danza di Narciso, sull’ontano e la viola.
L’ontano è albero mitico, preconizzato da Omero nell’Odissea quale simbolo della resurrezione, e cresce sulle rive del Tagliamento in simbiosi con un sottobosco tra cui spicca la viola. A contatto dell’acqua, il debole olmo diventa durissimo, tale da essere bene utilizzato per le palafitte. In questa caparbia resistenza, che va oltre la vita naturale dell’albero e del sottobosco che lo circonda, s’incarna il senso narcisistico di colpa del poeta per la sua debolezza carnale.

  Pier Paolo Pasolini

Dansa di Narcís                                       Danza di Narciso

Jo i soj na viola e un aunàr,            Io sono una viola e un ontano,
il scur e il pàlit ta la ciar.                 lo scuro e il pallido nella carne.

 I olmi cu'l me vuli legri                   Spio col mio occhio allegro
l'aunàr dal me stomi amàr              l'ontano del mio petto amaro

e dai me ris ch'a lusin pegris         e dei miei ricci che splendono pigri

in tal soreli dal seàl.                       nel sole della riva.

 Jo i soj na viola e un aunàr,            Io sono una viola e un ontano,
il neri e il rosa ta la ciar.                 il nero e il rosa nella carne.

 E i vuardi la viola ch'a lus              E guardo la viola che splende
greva e dolisiosa tal clar                 greve e tenera nel chiaro

da la me siera di vilút                     della mia cera di velluto

sot da l'ombrena di un moràr.       sotto l'ombra di un gelso.

 Jo i soj na viola e un aunàr,            Io sono una viola e un ontano,
il sec e il mòrbit ta la ciar                il secco e il morbido nella carne.

 La viola a intorgolèa il so lun         La viola contorce il suo lume
tínar tai flancs durs da l'aunàr      sui fianchi duri dell'ontano,

e a si spièglin ta l'azúr fun             e si specchiano nell'azzurro fumo
da l'aga dal me còur avàr.             dell'acqua del mio cuore avaro.

 Jo i soj na viola e un aunàr,          Io sono una viola e un ontano,
il frèit e il clípit ta la ciar               il freddo e il tiepido nella carne.

  

“Viola” di Giovanni Papini

Giovanni Papini con Oriana Fallaci
Giovanni Papini, scrittore controverso e molto esecrato, artefice di scelte eclatanti – quella di osanna alla guerra, adesione entusiastica al fascismo - fu legatissimo alla figlia Viola, verso la quale nutriva un eccezionale quanto delicato trasporto. Quando si convertì alla religione cristiana le confessò di fidarsi soltanto di lei e la pregò di ricercare e di bruciare tutte le opere esistenti de Le memorie d’Iddio, la sua opera nichilista e anticristiana, che aveva scritto nel 1911 e che recava il perentorio invito ateo di cui ebbe a pentirsi per tutta la vita: “Uomini: diventate atei tutti, fatevi atei subito! Dio stesso, il vostro Dio Iddio vostro figlio, ve ne prega con tutta l’anima sua”.

A giustificazione personale, egli dichiarava spesso di non essere stato bambino e di non avere avuto fanciullezza, crescendo con un suo carattere scontroso – da homo homini lupus -, che lo portò ad essere in guerra con tutti. Nella poesia alla figlia c’è, però, una partecipazione sentita, un afflato unico alla gioia della fanciullezza di lei, frutto che egli non era riuscito ad assaporare, ma che provò per suo tramite.

 
Viola

Viola vestita di limpido giallo,
che festa, che amore a un tratto scoprirti
venire innanzi con grazia di ballo
di tra i ginepri e l'odore dei mirti!

La ricca estate si filtra e si dora
sopra il tuo piccolo volto rotondo;
ad ogni moto dell'iride mora
bevi nel riso la gioia del mondo.

Par che la terra rifatta stamani
più generosa, più fresca di ieri
voglia specchiarsi negli occhi silvani
tuoi, risplendenti di casti pensieri.

Al tuo venire volante s'allieta
questo mio cuore e con Dio si rimpacia,
l'arida bocca del padre poeta
torna a pregare allor quando ti bacia.


Il viola di Luzi

 
Il colore del fiore diventa, in Mario Luzi, inesauribile immedesimazione nel transito incerto dell’esistenza, rispetto al quale gli uomini sono stuolo in volo lento verso una indeterminata miniera senza fondo, al di là del tempo e dello spazio. La liturgia della vita diventa volo periglioso e la sorte dell’uomo, varia ed incerta, si può compendiare in un altro suo verso “apparire e sparire è una chimera”.

Mario Luzi  
Uccelli

 il vento è un'aspra voce che ammonisce
per noi stuolo che a volte trova pace
e asilo sopra questi rami secchi.
E la schiera ripiglia il triste volo,
migra nel cuore dei monti, viola
scavato nel viola inesauribile,
miniera senza fondo dello spazio.
Il volo è lento, penetra a fatica
nell'azzurro che s'apre oltre l'azzurro,
nel tempo ch'è di là dal tempo; alcuni
mandano grida acute che precipitano
e nessuna parete ripercuote.
Che ci somiglia è il moto delle cime
nell'ora - quasi non si può pensare
né dire - quando su steli invisibili
tutt'intorno una primavera strana
fiorisce in nuvole rade che il vento
pasce in un cielo o umido o bruciato
e la sorte della giornata è varia,
la grandine, la pioggia, la schiarita.

 

 

La natura in Alessio Di Giovanni

Alessio Di Giovanni
L’esperienza della natura di Alessio Di Giovanni (Cianciana, Agrigento,1872-1946) va di pari passo con la sua formazione dialettale della Valplatani, rivelando un’intimità di sentimento e un vagheggiamento dell’anima, in una terra di emarginazione e di rinuncia qual è quella agrigentina, dove il duro lavoro della miniera è un richiamo sempre dolente, quasi personalmente sentito.

Caruso di miniera Sciopero miniera anni
Eran zolfatai, la maggior parte, pallidi, scarni, con la voce roca, di poche parole, alcuni quasi tetri… Fiaccati dalla vita dura e penosa delle miniere, abbrutiti, sfiduciati, essi cercavano nel vino l’ebbrezza dell’oblio
(Di Giovanni, La mamma)

Un canto, non con l’occhio del figlio del padrone, ma con l’affetto di chi sente i lavoratori, della terra e della miniera, fratelli:

Disastro miniera Cozzo Disi 1913

…Lacrimi di ‘nfilici iu cantai,
carusi morti e sceni di tirruri…

I
l paesaggio rappresenta un contraltare, un riposo, un’immersione-emersione dell’anima, una pausa al duro e avaro lavoro nel latifondo e alla tragica minaccia, sempre incombente, della miniera.


“cersi, suvari, ilici, e cc’era l’erva àuta, cc’erani tanti viola e tanti panipurcini, e tutti ssi violi e ssi panipurcini  facianu ‘nd aduri accussì forti ca ‘mmarsamava tuttu lu voscu pi quant’era granni.
Poi, ogni tantu, quannu lu vinticeddu di la matinata ciusciava levi levi, tutti dd’arvuli scruscianu, e l’erva ciuciulava, e li violi e li panipurcini muvianu la testa”  
(“querce, sugheri, lecci, e c’era l’erba alta e, in mezzo all’erba alta, c’erano tante viole e tanti pani porcini, e tutte quelle viole e quei pani porcini mandavano un odore così forte che imbalsamava tutto il bosco, per quant’era grande. Poi ogni tanto, quando il venticello della mattinata soffiava lieve lieve, tutti quegli alberi scrosciavano, e l’erba ciuciulava, e le viole ed i pani porcini muovevano la testa”) (Di Giovanni, La racina di Sant’Antoni)

 Nel mese di maggio, mese di festa dei lavoratori, anche la natura sente il bisogno di celebrare e di dimenticare le ambasce della miniera:

“era ‘na gioja dda jurnata di maju, cu lu suli ca stralucia strati strati, cu lu finistruna aperti ni li casi, e cu la zagara ca spannia lu so ciavuri forti a tutti banni”
(“era uno splendore quella giornata di maggio, col sole che straluceva per le strade con i balconi aperti, nelle case, e con la zagara  che spandeva il suo odore forte in ogni banda”)

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