Amici di Pirandello, Sciascia, Empedocle

"La vita o si vive o si scrive" (Luigi Pirandello) - "Regnando Amicizia ogni cosa va ad unirsi" (Empedocle) - "Non si capisce un sogno se non quando si ama un essere umano" (Leonardo Sciascia)

Chi sono

Utente: ubaldoriccobono
Nome: Ubaldo Riccobono
ubaldo.riccobono@libero.it Laureato in giurisprudenza, coniugato, padre di due figlie, Dirigente Amministrativo Struttura Complessa AZ. Osped.ra San Giovanni di Dio di Agrigento (SSN) a riposo, già Direttore Amministrativo della medesima (2002-2005), giornalista pubblicista (ho scritto: Gazzetta dello Sport, La Sicilia e Giornale di Sicilia). Vice Presidente della Società Agrigentina di Storia Patria (con incarico Storia letteraria e saggistica, psicologia e sanità; implementazione blog). Segretario Lions Agrigento Host. Consulente volontario Servizio Regionale Biblioteca Museo Luigi Pirandello di Agrigento. Socio onorario dell'Ente Parco Letterario Luigi Pirandello. Scrittore, ho pubblicato il romanzo "Una contrada chiamata Consolida" terzo premio al concorso internazionale "Mario Soldati" 2004, organizzato dal Centro Pannunzio di Torino, sotto l'Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica. Premio Sikelè 2007 per saggistica e critica. Ho presentato e ridotto in volume la commedia "Non si sa come" di Luigi Pirandello (2005). Ho pubblicato (dicembre 2008) il saggio su Pirandello e Sciascia "Il fuoco e la ragione" e la commedia "Pirandello in love" sugli amori di Pirandello. Cinque racconti della raccolta inedita "Aspettando Minosse" (Un pescatore tra due isole, La raccomandazione, L'omelia, La festa degli alberi, La siccità, soso stati prescelti dalla giuria della prima edizione del Premio Editoriale 2009 "Gli occhi di dentro" di Terni, e pubblicati in un volume assieme agli altri racconti, poesie e storie di contenuto sociale (Edizione Pollicino, Terni). Ho pubblicato in riviste e su blog: racconti e recensioni letterarie.

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giovedì, 02 luglio 2009

G l i  O c c h i

         d i  D e n t r o

 

 Volume 1 Ed. Premio Editoriale 2009 di Terni

“Il colore è un mezzo di esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento delle mille corde”

                                                                                          Kandinsky

 

Se l’anima è uno strumento dalle mille corde e i colori ne sono la sua essenza, come diceva Kandinsky, l’uomo deve vedere con gli occhi di dentro, per cambiare il mondo. E’ una visione che postula “l’altro”, il simile, per ritrovare l’umanità che ci contraddistingue, la sensibilità, la tolleranza, la solidarietà.

Raccolta occhiali per lE’ con questo spirito che è stata organizzata la I Edizione del Premio letterario

G l i  O c c h i  d i  D e n t r o, promossa dall’Associazione “Dona un Sorriso” Onlus di Terni, progetto sul bando di progettazione sociale 2007 del Centro Servizi per il Volontariato della provincia di Terni e con il patrocinio del Comune di Terni. Tra le varie sezioni, ho voluto aderire a quella relativa ai romanzi e racconti con la raccolta intitolata “Aspettando Minosse”.  Ne è nata una pubblicazione (edizione Pollicino, Terni) che ha preso il titolo del concorso G l i  O c c h i  d i  D e n t r o, racconti, poesie e storie di contenuto sociale. E sono stato felice che in questo progetto di solidarietà siano rientrati 5 miei racconti: Un pescatore tra due isole, La raccomandazione, L’omelia, La festa degli alberi, La siccità, cinque racconti di contenuto sociale. In maniera sopraffina il Presidente della Giuria, Antonio Ferrara, nella poetica prefazione del volume, ha evidenziato:

 

“Per scrivere e per leggere ci vuole una pazienza ferma e testarda. Altro che. Una forza dolce. Un prendersi cura di sé e degli altri, un farsi umili e cocciuti, fino a diventare lettori ostinati, scrittori testardi. Scrittura come prolungamento del sentimento, ecco. Come palestra dell’intimità. Lettura come cura di sé e degli altri. Già. Versare nelle orecchie e nel cuore racconti dolci, romanzi sconfinati, poesie minuscole.

La scrittura è empatia e distanza, distacco e tenerezza. Parlare a me mentre parlo di me. Forse ci serve a capire meglio quello che non siamo, che ci viene a trovare perché gli siamo andati incontro. Prendendo un foglio e impugnando una penna.

Oltre la mia stanza, oltre il giardino, oltre il recinto il libro corre, si ferma e riparte. E le parole si agitano dentro di me, e mi agitano. Mi mordono il cuore, perché l’amore è sempre affamato”

 

Ritengo, pertanto, di far cosa gradita postando in pillole qualcosa di questo volume, anche se per motivi di spazio la maggior parte dei lavori, tutti meritevoli, saranno sacrificati.

 

Da AMARCORD. Raccontare la guerra per amare e costruire la pace a cura dell’Associazione Culturale “IL LECCIO” (Giove) scelgo:

 

Piove

 

di Anonimo

 

“Piove, piove, piove”.

Si diguazza nel fango, si è lordi di fango, si respira nebbia.

Gli abiti sono sempre inzuppati; le tende, le baracche, le tane stillano acqua.

Di notte si cammina sotto uno scroscio senza fine.

Qualche volta la grandine ci flagella.

Resistere, bisogna resistere al proprio posto vedendo nell’avvenire una nebbia più fitta di quella che ci separa dal nemico, resistere con una malinconia senza nome in questo fossato di fango aperto verso il cielo, che si chiama trincea.

Ricordarsi di essere stato fino a ieri un uomo con un lavoro proprio, una famiglia propria, una responsabilità propria ed essere ora un numero nel fango!”

 

Estrapolo qualche poesia:

 

Luce di primavera

 

di Enzo Catania

 Maestro Vincenzo Sciamè

L’alba fresca del giorno, si nutriva di nebbia marina.

Nella magica luce, svanivano sogno e stanchezza del tempo notturno.

 

E senza lamenti del corpo, il cuore correva lontano

cercava con te, l’armonia del mio tempo diurno.

 

Già pieno il mercato d’aroma di sesamo e pane, e

l’odor di caffè dell’inizio del dì, riempiva la piazza.

 

Era l’ora e tutto pareva dipinto nel tuo sguardo di cielo.

 

Davanti alla scuola, il tuo dolce sorriso accendeva il mio giorno.

Sognavamo la vita nel sole, senza giorni di nebbie sul mare

qualche giorno di nebbia, è passato però.

 

Ma la vita, gli odori i colori del tempo passato, ancora son lì

nei tuoi occhi di cielo, senza nebbie nel tempo.

 

 

Supermaket

 

di Sandro Pioli

 Jacopo della Quercia

Non so cosa pensano

che noi si debba pensare

di morti e vivi e processioni

di spot televisivi Bagdad cessi

termovalorizzatori rifiuti

e presidente e foto

di pecore e di agnelli

di sagge parole di concordia

che rotolano ridendo giù dal Quirinale

Non so cosa pensate della pace

che bombarda e ammazza

e cuoce nel sugo anche i bambini

e cosa vi obbligano a pensare

per girarvi a guardare di qua

di là ad occidente ed est

dentro scatole ammuffite

dei regali di Natale

dentro le chiese

cripte dei morti per sempre

e senza speranza per nessuno

consumando quel che si deve consumare

Non ci resta che il vuoto

e la certezza che ci sia legame

tra una fine discreta e scendere

dal treno in stazione senza bagagli

con tasche e mani vuote

pronti ad una fine nella paura

piangendo ma umani lasciando

una realtà che tanto ci fa male.

 

Chimera

 

di Cinzia Fioroni

gattopardo26 

Ho dentro di me

infiniti alberi da recidere,

rami secchi da estirpare,

terra arida da rinnovare

 

Ho dentro di me

interminabili inverni

da perdonare, una vecchia stagione

da sotterrare.

 

Indugio nell’attesa…

 

Una nuova primavera

fresca, pallida e leggera,

tenera illusione

vestita d’emozione.

 

Lampedusa

 

di Cinzia Fioroni

 Z_Falesia costa Sud

Terra d’anime e di speranza,

succosa terra di mare,

ecco Lampedusa.

Lacrime straniere

traboccano innocenti

annegando la vita,

e Caronte

trasporta ancora i suoi dannati.

Ecco Lampedusa,

orgoglio siciliano

dell’amore di Dio.

 

 

PRESENTAZIONE A VELLETRI

DI SCIASCIA E PIRANDELLO

 Velletri, presentazione opere di Ubaldo Riccobono


Un vero viaggio di scoperta non è scoprire
nuovi luoghi ma avere nuovi occhi”, Marcel Proust


Invito predisposto dalla Mondadori.Il fascino del libro stampato è un dato primordiale. Si coglie nella cura e nella delicatezza con cui i lettori sfogliano le pagine, leggono qualche rigo, guardano attentamente le copertine. Anche se Internet, i blog, facebook ti connettono al mondo intero, il libro è sempre qualcosa di irripetibile, a portata di mano, un amico fidato che ti accompagna anche nella solitudine della tua stanza. Chi ama i libri non sarà mai solo. Ho voluto presentare i miei ultimi due libri fuori della Sicilia, a Velletri, perché ritenevo necessario uscire dalla solita routine, per vedere con occhi nuovi cosa significa la presentazione di un libro fuori casa. Diciamo che venivano presentati i miei libri, ma io mi potevo astrarre e giudicare i relatori e il pubblico quasi dall’esterno, valutandone le emozioni, le reazioni, il modo di pensare e di criticare. E’ stata un’esperienza ricchissima che mi tornerà utilissima nel prossimo approccio con la scrittura. Vari altri argomenti mi hanno spinto a presentare i miei due libri a Velletri. Intanto, mi sembrava doveroso – e ne ho provato un grande piacere - rendere omaggio al maestro Vincenzo Sciamè, che mi onora della sua amicizia, il quale mi ha consentito di utilizzare due suoi magnifici dipinti per le copertine dei volumi “Il fuoco e la ragione”e “Pirandello in love”, due dipinti assai aderenti al contenuto dei libri: la rosa purpurea su una scena teatrale della commedia “Pirandello in love”, a rappresentare amore e passione; la maschera nuda in un rosso predominante del saggio “Il fuoco e la ragione”, a segnalare il fuoco e l’incandescenza della scrittura pirandelliana.

Velletri, Conviviale Rotary

Un secondo motivo è stata la presenza a Velletri della pronipote di Pirandello, la professoressa Renata Marsili Antonetti, scrittrice di tante opere sul Premio Nobel, la quale ha rievocato qualche episodio inedito relativo alla nonna materna, Rosolina Pirandello, sorella di Luigi, uno dei personaggi della mia commedia.

Un terzo motivo era l’impatto con un tipo di critica, sganciata dall’establishment della nostra terra, forse troppo condizionata dal vincolo oneroso di due grandi letterati come Pirandello e Sciascia. E per la verità mi ha colpito leggere l’emozione dei relatori nel trattare quelli che fuori della Sicilia sono considerati due mostri sacri. Il professor Adeo Viti, assai esperto e competente, ha relazionato con profondità di giudizio sul saggio “Il fuoco e la ragione”, mostrando un amore viscerale per Pirandello e Sciascia e cogliendo in modo sapiente il rapporto tra i due letterati, così simili e così diversi, ma visti letterariamente come padre e figlio. E, infine, c’era il fascino della Libreria Mondadori e della Conviviale del Rotary di Velletri, di cui Vincenzo Sciamè è stato impareggiabile Presidente dell'anno sociale testè concluso.


Velletri, Conviviale Rotary

 E’ raro vedere presentare libri dal vivo - come diretti interessati -  e cogliere le emozioni di chi presenta e a sua volta le rende palpabili agli altri. Ed è per questo che Pirandello e Sciascia sono e saranno sempre amati e non tramonteranno mai, perché sono sempre in grado di creare sensazioni uniche in chi scrive, in chi legge, in chi fa critica e nell’uditorio che ascolta. E’ il sortilegio delle loro parole, che si ripete invariabilmente per tutti coloro che hanno sempre occhi nuovi nel coglierle.

domenica, 14 giugno 2009

I VECCHI E I GIOVANI

STORIA DI SEMPRE

Vincenzo Sciamè, ritratto di Pirandello 

CENTO ANNI FA USCIVA

L’OPERA DI LUIGI PIRANDELLO

 

Ricorre quest’anno il centenario della pubblicazione del romanzo di Luigi Pirandello “I vecchi e i giovani”. Fu la rivista La rassegna contemporanea a pubblicare l’opera a puntate. Nel 1913 invece i fratelli Treves di Milano diedero alle stampe l’opera, riveduta e corretta, in due volumi. Tra le due date s’inserisce un episodio curioso che vide al centro di un giudizio, conclusosi con la condanna del Premio Nobel da parte del pretore di Lanciano, il famoso romanzo. Era accaduto che lo scrittore s’era impegnato con l’editore di Lanciano, Rocco Carabba, a scrivere un libro scolastico. Pirandello, cui non andò a genio un libro di tal fatta, offrì in cambio all’editore delle novelle e alla fine il  romanzo, ottenendo l’autorizzazione dei fratelli Treves che lo volevano pubblicare. Barabba rifiutò e invitò Pirandello all’impegno originario. Lo scrittore, esulcerato, per lettera offese il Carabba:

vedo chiaramente che lei capisce di letteratura quanto può capirne un cerinajo… “ “si permette certe insinuazioni che soltanto si possono perdonare a un incosciente… “ “lei non solo non è in grado di apprezzare le mie novelle, ma neppure è degno di leggere e di tenere in mano… “ Fu condannato in pretura ad una pena pecuniaria e a rifondere i danni.

 Maschera che piange

Maschera nudaIl non-senso della storia

 

Ha ragioni da vendere Leonardo Sciascia, quando, nel suo saggio Pirandello e la Sicilia, sostiene che I Vecchi e i Giovani  costituiscono “l’opera più autobiografica di Pirandello”, perché il romanzo, lungi dal voler ricostruire la storia della Sicilia, quantunque “amarissimo e popoloso”, come lo definì lo stesso scrittore, rappresenta non l’epopea, ma il dramma di due generazioni e dei personaggi, grandi e piccoli, che le composero. E’ invece contraddetto dallo stesso Pirandello l’altro assunto sciasciano che, alla stregua della critica di Emilio Cecchi, ritenne che l’opera costituisse un “romanzo storico senza senso della storia”. Nella Prefazione ai Sei personaggi in cerca d’autore, Pirandello chiarisce perentoriamente di avere la disgrazia di appartenere agli scrittori di natura più propriamente filosofica, i quali, rispetto a quelli di natura storica, sentono un più profondo bisogno spirituale, per cui non ammettono figure, vicende, paesaggi che non si imbevano, per così dire, d’un particolare senso della vita. E c’è da credergli, perché Pirandello, in tutto il corpus delle sue opere, afferma che una logica della storia non esiste e ogni accadere è unico e irripetibile, come unica e irripetibile è la coscienza umana. Non opera di storia si tratta, quindi, ma di vita, di “vite parallele” di due generazioni, così come disse Plutarco: οΰτε ίστορίας γράφομεν άλλά βίους (“non di storia scriviamo ma di vita”).

Pirandello1Pirandello6

L’opera, quindi, non si prefigurava nella mente di Pirandello come contrapposizione di modelli sociali; ma, attraverso la focalizzazione sui personaggi, voleva addentrarsi nei meccanismi complicati della coscienza individuale, nonché descriverne i mutamenti, le utopie, le indecisioni. Visione filosofica, quindi, siccome si era andata evidenziando a partire da Cartesio, allorquando il principium individuationis cominciò a ruotare attorno al soggetto e al suo pensiero, giacchè l’uomo non poteva andare al di là dell’esperienza possibile dei singoli fenomeni, né poteva riuscire ad avere della storia una conoscenza oggettiva, alla quale far riferimento.

LIl novecento, in particolare, era il secolo della crisi e  la concezione di Pirandello non poteva non nascere da un ripudio aprioristico della realtà storica, che si fa sempre “giuoco” del fattore umano, e nei suoi corsi e ricorsi lo sbeffeggia sempre:

 

La storia è composizione ideale d’elementi raccolti secondo natura, le antipatie, le simpatie, le aspirazioni, le opinioni degli storici e che non è dunque possibile far servire questa composizione ideale alla vita che si muove con tutti i suoi elementi ancora scomposti e sparpagliati (Pirandello, La tragedia d’un personaggio, novella, 1915)

 

L’uomo in balìa degli eventi

 Erma bifronte, Vincenzo Sciamè

Consapevole che il fluire della vita è un fatto singolare e che l’uomo, al suo interno, è come un’onda del mare che va e viene, Pirandello analizza le vicende autobiografiche della sua famiglia e degli altri personaggi di Girgenti che s’erano mossi sulla scena politica nazionale, filtrandole e traendone linfa attraverso il nichilismo dell’opera del filosofo tedesco Max Stirner, L’unico e la sua proprietà:

 

L’umanità guarda solo a sé, l’umanità vuol far progredire solo l’umanità, l’umanità è a se stessa la propria causa. Per potersi sviluppare, lascia che popoli e individui si logorino al suo servizio, e quando essi hanno realizzato ciò di cui l’umanità aveva bisogno, essa li getta, per tutta riconoscenza, nel letamaio della storia. (L’unico e la sua proprietà, Stirner)

 

 

I patrioti cadono in lotte sanguinose o in lotte contro la fame e la miseria; forse che il popolo se ne interessa? Grazie al concime dei loro cadaveri il popolo diventa un “popolo fiorente”! Gli individui sono morti “per la grande causa del popolo” e il popolo dedica loro due parole di ringraziamento e ne trae il suo profitto…E allora, sulla base di questi fulgidi esempi, non volete capire che è l’egoista ad avere sempre la meglio? (L’unico e la sua proprietà, Stirner)

 

Stirner non credeva nella lotta di classe e nella rivoluzione, perché esse avevano portato soltanto al riprodursi di nuove gerarchie, simili in tutto e per tutto a quelle già abbattute. Soltanto l’insurrezione dei singoli, di tipo anarcoide, poteva dare impulso al cambiamento del destino umano; e per questo il suo scetticismo radicale era stato criticato ed osteggiato in modo veemente da Marx, Engels e Feuerbach, e da tutta la sinistra hegeliana.

            Sotto il profilo della prassi, Pirandello diede ragione a Stirner, perché nel periodo post-risorgimentale vide il riciclarsi delle posizioni dominanti vetero-borboniche, il prevalere degli interessi personali, l’ascesa di uomini senza scrupoli e dalla dubbia moralità, la lotta spietata del potere per il potere e le sue più basse contaminazioni.

Se per lo scrittore, dunque, era sterile e improponibile il detto ciceroniano historia magistra vitae o  historia lux veritatis, neanche i frammentari eventi storici potevano essere cambiati dalla ribellione del singolo, gettato a caso nella vita, carne da macello alla mercè dei conquistadores, vecchi e giovani. Per cui l’unico senso che rimaneva a ciascun uomo era la presa d’atto della propria condizione, esattamente come recitano lapidariamente tre versi di Giuseppe Gioacchino Belli:

 

Cuesto semo noantri, Crementina,

che ccottivati a ppessce de frittura,

sce bbutteno a la mucchia de matina.

 

Pessimismo totale che è espresso similmente nell’Adelchi del Manzoni:

 

…loco a gentile,

ad innocente opra non v’è; non resta

che far torto o patirlo…

 

La storia è, per Pirandello, circolo vizioso, “diallelos” scettico, che non porta ad alcuna conclusione:

 

 

Una sola cosa è triste, cari miei: aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo, che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che, poco dopo, egli stesso ci scopre come una nostra illusione, deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati, e deridendoci anche... del non averci saputo illudere, poichè fuori di queste illusioni non c’è più altra realtà... E dunque non vi lagnate! Affannatevi e tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude. Se non conclude, è segno che non deve concludere, e che è vano dunque cercare una conclusione. Bisogna vivere, cioè illudersi; lasciar giocare in noi il demoniaccio beffardo, finchè non si sarà stancato; e pensare che tutto questo passerà... passerà... (Pirandello, I vecchi e i giovani)

 Vincenzo Sciamè, pittura

Il giuoco delle parti, dunque: due, quante le generazioni indicate nel titolo, i vecchi e i giovani; due quante le parti della struttura del romanzo, sull’asse di due città Girgenti-Roma; due, quanti i momenti storici rappresentati, il Risorgimento e le vicende dello Stato post-unitario; due, quante le espressioni dell’anima, divisa tra realtà e finzione. L’impostazione simmetrica e binaria si evince, altresì, dal numero dei capitoli che suddividono entrambe le parti del romanzo, otto, multiplo di 2. L’otto, che indica stabilità, si ottiene da 4 x 2 o da 4 + 4, o da 2 + 2 + 2+ 2. In termini religiosi l’otto indica la rinascita e la regolarità delle generazioni, esattamente secondo quello che Pirandello voleva rappresentare: la vita, intesa  come flusso che si rinnova continuamente, scorrendo inarrestabile, senza che l’uomo possa opporsi a cambiarla. Diffidente per vocazione della natura umana, lo scrittore dovette constatare che la realtà circostante non era, né poteva essere il migliore dei mondi possibili, ma la somma delle ineliminabili sofferenze dei singoli, che il caso si divertiva a perseguitare. Quest’amara rassegnazione consigliava di ritirarsi nella rocca dell’individualismo, nell’attesa umoristica di tempi migliori, perché soltanto cambiando l’individuo e la sua etica si poteva migliorare la vita dell’uomo. Concezione che più tardi lo avrebbe portato all’ingenua adesione al fascismo di Mussolini, perché illusoriamente ritenne, alla stregua di Fichte, che soltanto un uomo forte potesse essere in grado di interpretare queste esigenze. Perciò, il suo romanzo, più che una condanna senza appello del microcosmo  e del macrocosmo, del micropotere (Girgenti) e del macropotere (Roma), mette in risalto quegli atteggiamenti e comportamenti dell’animo umano,  responsabili, per il giuoco sottile delle apparenze,  d’aver cristallizzato la vita dei giovani; e nel contempo fustiga la mancanza di concretezza di questi ultimi, i cui conati velleitari erano destinati a fallire nel marasma generale, per mancanza di scopi autentici.

 

Horror vacui

Vincenzo Sciamè 

Nel 1901 s’era conclusa la lunghissima gestazione dell’opera. Ma dovettero passare ancora otto lunghi anni, prima della sua pubblicazione. Frattanto, le vicende personali, gli eventi politici e sociali confermarono allo scrittore che vita e storia erano il flusso di sempre.

 

Calmo e freddo in apparenza, Lando Laurentano covava in segreto un dispetto amaro e cocente del tempo in cui gli era toccato in sorte di vivere; dispetto che non si sfogava mai in invettive  o in rampogne, conoscendo che, quand’anche avessero trovato eco negli altri, come ne trovavano difatti quelle dei tanti malcontenti in buona o in mala fede, non avrebbero approdato a nulla. Era, quel suo dispetto, come il fermento d’un mosto inforzato, in una botte che già sapeva di secco. La vigna era stata vendemmiata… Aveva dato il suo frutto, il tempo. E lui era venuto a vendemmia già fatta… (Pirandello, I vecchi e i Giovani)

 

L’evoluzione sociale dipendeva, sì, dalla libera scelta dell’intelligenza e del volere, ma si scontrava con un progresso tecnologico che, pur postulando una società sempre più ricca e aperta, non portava alla liberazione di tutti, ma anzi alla constatazione per la maggioranza della mancanza di quel che si desiderava o ci si attendeva, in un ciclo senza fine. Ebbe paura del vuoto interiore, sgomento del nulla, angoscia dell’infinito. Com’era possibile che si potesse essere passivi, ciechi, sordi? Qual era il senso della vita?

E che significato aveva descrivere i fatti, nudi e crudi, com’erano in realtà, alla maniera naturalistica, mentre nella coscienza s’agitavano il dubbio, la pazzia, lo straniamento? 

Vincenzo Sciamè, pittore

Giovanni Verga aveva ideologizzato l’immodificabilità della legge di natura, secondo la quale gli uomini erano mossi dall’interesse economico, dalla ricerca dell’utile, dall’egoismo, in una logica ferrea di sopraffazione dei più deboli, che finivano per soccombere sempre nella lotta per la vita. Ma l’arte per Pirandello poteva e doveva fare di più, doveva rappresentare quanto e in che modo la realtà effettuale giocava nella formazione della coscienza. L’arte non poteva essere impersonale, perché l’artista sente e riflette in se stesso le passioni, le illusioni e le delusioni degli altri, a maggior ragione nella misura in cui coincidono con i sentimenti propri.

Come non vedere che esisteva un’opposizione perenne tra vita e morte, amore e morte, corpo e spirito, forma e contenuto, arte e realtà, storia ed eternità?

L’invecchiamento dell’uomo, con le sue conseguenze, era ineluttabile e la vita trascorreva, scivolando impalpabile sotto gli argini:  egli lo sapeva bene. Nove lunghissimi anni erano trascorsi del nuovo secolo: che cosa era cambiato? Decise di non toccare l’impianto dell’opera, le premise soltanto l’epigrafe:

 

Ai miei figli, giovani oggi vecchi domani

 

Non era per lui una mera didascalia, ma la constatazione della condizione umana, che aveva fatto dire al suo filosofo prediletto:

 

Così la vita umana non è che un’illusione perpetua: non si fa che ingannarsi a vicenda e adularsi a vicenda (Blaise Pascal, Pensieri).

 

(Ubaldo Riccobono, Tutti i diritti riservati)

 

 

 

lunedì, 25 maggio 2009

IL FENOMENO CAMILLERI

Saggio di Marco Trainito

Camilleri:”Quello di Marco Trainito è il migliore libro

in assoluto fino a ora dedicato alla mia opera

 

Andrea Camilleri – Ritratto dello Scrittore di Marco Trainito, Editingedizioni Treviso, ora Edizionianordest, saggio, dicembre 2008, pagine 254, € 15.00 info@editingedizioni.com, www.editingedizioni.com, info@edizionianordest.com, www.edizionianordest.com 

 

Per un saggista gli studi non finiscono mai. Deve confrontarsi con i testi dell’autore, con il suo pensiero, con la critica sul suo pensiero, con le opere degli altri autori – a volte tanti – che lo richiamano, con la cultura presente e quella del passato.  Insomma il saggista deve essere occhiuto, tuttologo, quasi onnisciente e, forse, anche veggente. Nel caso di Camilleri, scrittore prolifico con produzione infinita, un saggista deve operare miracoli di memoria, sapienza di collegamenti e di rimandi, conoscere l’infinità delle sue opere, apparentemente semplici, ma poliedriche nei contenuti e nelle sciarade che vi sono disseminate: insomma deve conoscere a menadito la letteratura regionale, nazionale e internazionale. C’è da domandarsi come abbia fatto Marco Trainito, giovane e valente professore di filosofia di Gela, anche se già può vantare nel suo palmarès una notevole esperienza e un invidiabile curriculum, ad imbastire una biografia così bella, profonda, stimolante, completa, a tutto tondo sul fenomeno letterario così complesso qual è quello di Camilleri. Non si tratta soltanto d’intelligenza, e Trainito lo è stato tra l’altro per aver saputo governare e dosare un materiale, che poteva risultare troppo magmatico e per ciò stesso proteiforme. Non si tratta neanche di bagaglio culturale, e Trainito ne ha a iosa, conoscendo tutti i segreti del mestiere e dall’alto di una encomiabile assiduità di studi. La verità vera è che Marco Trainito, oltre a possedere una grande passione per la letteratura, è uno scrittore saggista geniale; sa usare la penna come un bisturi che è in grado di incidere in lungo e in largo, con operazioni di  microchirurgia e macrochirurgia critica. Nulla sfugge alla sua analisi e lo fa con tocco di mano e linguaggio suadenti. Il suo libro non ha sbavature, si dipana con scorrevolezza e profondità di contenuti in tutte le direzioni, inseguendo Camilleri in tutti i meandri delle sue opere e della sua anima. E i primi risultati lo hanno già premiato: prima tiratura esaurita in una settimana e già la Casa Editrice che l’ha scoperto la EditingEdizioni, ora Edizionianordest, è giunta alla terza edizione. Un’opera fondamentale sul padre di Montalbano da non perdere e da mettere in evidenza nella propria libreria, non solo da parte dei fans di Camilleri, ma anche da chi ama la letteratura in generale: un saggio che entra di diritto nella storia della critica letteraria.

 Marco Trainito con Camilleri

Un filo di fumo

Dal romanzo officina

ai pizzini di Provenzano

 

Romanzo di Andrea CamilleriNella sua incisiva analisi, tra una carrellata e l’altra di temi a getto continuo, supportati con citazioni e riferimenti di notevole spessore, che costituiscono ulteriori inviti ad approfondire, a leggere e rileggere, Marco Trainito individua in Un filo di fumo il prototipo strutturale della produzione camilleriana, che si sostanzia precipuamente in quattro elementi che rappresentano delle costanti che percorrono in vario modo le opere successive:

1) l’invenzione di Vigata, il paese geograficamente inesistente nel quale Camilleri ambienta tutti suoi romanzi, il centro più inventato della Sicilia più tipica, “una sorta di buco nero che ingloba tutto. Tutto ciò che succede dentro i confini della Sicilia”. Su Vigata il saggio indugia giustamente, perché appare essenziale nell’economia dei romanzi di Camilleri, non fosse altro che per quel giuoco di realtà e finzione (tra Borges, Pirandello e Sciascia) che appare una caratteristica fondante di tutta l’opera del Maestro di Porto Empedocle. E Trainito ne coglie l’essenza dimostrando con analisi testuali, intertestuali e intratestuali, come Vigata sia una, nessuna e centomila, come del resto il Commissario Montalbano, e Camilleri stesso come scrittore.

2) l’invenzione della lingua. Con Un filo di fumo – interessante la coincidenza del “filo” del libro con il filo conduttore e strutturale di tutti i romanzi successivi - viene introdotta la lingua tipica di Camilleri e acquista rilevanza il Glossario, in cui viene fissato un vero e  proprio codice. Il dialetto di Camilleri ha fatto discutere molto e ancora farà discutere, perché è l’invenzione, diremmo la “rivoluzione copernicana”, che ha spalancato a Camilleri le porte del successo. Pirandello, grandissimo scrittore in dialetto in alcune commedie, ritenne che il dialetto non potesse far pervenire l’arte a livello universale. Il dialetto di Camilleri invece rende le sue opere comprensibili non solo ai lettori italiani, ma anche nelle 33 nazioni che le hanno tradotto. Come si spiega? Certo l’uso del dialetto da parte di Pirandello era integrale e per ciò stesso non si prestava ad andare oltre i confini regionali e comunque non era recepibile da tutti. Camilleri risolve in maniera intelligente il quesito pirandelliano, perché la lingua dei suoi romanzi è quella italiana, ma si avvale di un colorito glossario dialettale, che non ha significato di linguaggio dal punto di vista formale, ma acquista un sapore e uno spessore “antropologico-culturale”, che fa cogliere il sentimento dell’artista e delle situazioni che vengono ad essere rappresentate.

3) Camilleri riprende una particolare ambientazione storica siciliana, caratteristica dei grandi romanzi I viceré di De Roberto, I vecchi e i giovani di Pirandello, il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: una particolare società, nella quale entrarono in crisi valori, classi, politica e società, che hanno lasciato indiscutibili tracce sulla precarietà dell’età contemporanea. E perciò la cerniera di collegamento tra presente e passato rende l’opera di Camilleri quanto mai attuale e stimolante.

4) Lo spunto del romanzo-officina è un documento anonimo e viene in rilievo in taluni personaggi la scrittura di lettere o documenti, motivo ricorrente nei successivi romanzi, e nella serie di Montalbano, che addirittura scriverà lettere a se stesso.

Altri elementi ricorrenti sono i rimandi - palesi o occulti - a moltissimi autori di spessore, con giochi intertestuali o intratestuali evidenti o reconditi. Lo scrittore interagisce con autori come Aulo Gellio, Manzoni, Conrad, Conan Doyle, Cervantes, Faulkner, Calvino, Sciascia, Borges, Gadda, Simenon, D’Annunzio e trova in ciò una goduria senza limiti, come un divertissement è la biblioteca di Vigata del Commissario Montalbano, in cui entra perfino Camilleri stesso. Ovviamente non poteva mancare Zio Luigino Pirandello – come lo chiama Camilleri: e Vigata viene vista, pirandellianamente, una nessuna e centomila, cangia di continuo; così come, del resto, assistiamo pirandellianamente allo sdoppiamento del Commissario Montalbano, e per certi versi dello stesso scrittore, “costretto” quasi ad inseguire nel suo laboratorio, e quindi nella narrazione, la necessità di questo sdoppiamento.

La spina dorsale del saggio è data dalla divisioni in tre blocchi principali: la genesi (L’origine della specie da Un filo di fumo), l’evoluzione dell’opera camilleriana (Giochi intertestuali e impegno civile), l’approdo laico di Camilleri (Dalle bolle ai pizzini. Lo spirito laico di Camilleri), in cui si va anche alla ricerca della cultura clerico-mafiosa, di cui tanto scrisse Leonardo Sciascia, dal quale Camilleri attinge a pieni mani, decodificando modernamente i fatti ultimi di mafia, tra i quali i pizzini di Montalbano.

Nutritissima la bibliografia, che abbraccia tutti i testi di Camilleri dal 1978 al 2008, nonché tutta l’opera critica uscita fino a tutto il 2008. Un’analisi colossale quella di Marco Trainito, che offre infiniti spunti sulla letteratura e tantissimi autori, decodificati a livello filosofico, psicologico, filologico, sociale con incursioni in tutti i campi dell’umano sapere, che non è facile in questa sede riassumere, ma che va letta per gustarne l’intensità e lo spessore argomentativi di uno scrittore, a guisa di opera narrativa.

 

L’autore- Marco Trainito è nato a Gela il 25 aprile 1969. Dopo la laurea in filosofia e storia nel 1994 (tesi su Nietzsche) ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in filosofia e storia delle idee nel 1998 (Tesi su Wittgenstein e Popper) insegna filosofia e scienze sociali al Liceo Socio-psico-pedagogico “ di Linguistica "Dante Alighieri” di Gela ed è tutor di Linguistica Generale, Filosofia Teoretica e Filosofia del linguaggio nel corso di laurea in Scienze della comunicazione dell’Università di Catania, decentramento didattico di Gela. Ha pubblicato: Popper e il Wittgenstein antropologo. Un’ipotesi di confronto, 2000; I bambini, la televisione e la scuola nel pensiero di Karl Popper, 2002; Il “Big Typescript di Wittgenstein, 2002. Ha pubblicato saggi su Umberto Eco e Stefano D’Arrigo. Scrive per giornali e riviste on line.

 

IL GIORNO PIU’ LUNGO DI CAMILLERI

Sotto il cielo di Vigata

La statua del Commissario Montalbano 

Un critico ha definito Vigata

“Il paese più inventato della Sicilia più vera”

Se stesse in me, correggerei la definizione:

“Un paese, in parte vero, della Sicilia più inventata”

                                                Andrea Camilleri

 Camilleri con il sindaco Calogero Firetto di P.Empedocle

 Un giorno a Porto Empedocle, paese che c’è, per vivere un giorno a Vigata, paese che non c’è; oppure un giorno a Vigata, paese in parte vero di una Sicilia inventata da Andrea Camilleri. Con questa visione borgesiana, tra realtà e finzione, è stata concepita dal comune di Porto Empedocle, dov’è nato il grande scrittore, la giornata “Sotto le stelle di Vigata”, una giornata ricca di eventi culturali di spessore.

Innanzitutto il tema iniziale assai suggestivo “Montalbano, un commissario non troppo di carta” condotto da un trio: il Sindaco di Porto Empedocle, Calogero Firetto, uomo colto e competente, che ha intrapreso una battaglia culturale e sociale a 360 gradi per la cittadina marinara; lo stesso scrittore Andrea Camilleri e un critico letterario di grande valore, Salvatore Ferlita, accademico dell’Università di Palermo, che scrive per la pagina culturale di Repubblica.

Il secondo evento è la firma ufficiale per la costituzione della Fondazione letteraria Andrea Camilleri, che avrà sede nella casa di famiglia dello scrittore, donata al Comune di Porto Empedocle.

Dice il Sindaco di Porto Empedocle, Calogero Firetto:

 

“Un cordone ombelicale, che non verrà mai reciso, unisce Porto Empedocle ad Andrea Camilleri. Per questo motivo abbiamo deciso di dare vita ad una Fondazione intitolata al nostro illustre concittadino: non un museo ma una struttura viva e dinamica”

 

Giuseppe Agnello, scultore di MontalbanoIl secondo evento è stata la scopertura, da parte di Andrea Camilleri, della scultura iperrealista raffigurante il celeberrimo Commissario Montalbano, opera dello scultore Giuseppe Agnello, di Racalmuto, lo stesso che ha concepito la scultura bronzea  di Leonardo Sciascia, che passeggia sul Corso principale di Racalmuto, con l’eterna sigaretta in mano. Dal 1989 Giuseppe Agnello insegna Scultura e Tecniche della Scultura tra l’Accademia di belle Arti di Palermo e quella di Carrara.

 

 

 

Associazione Culturale Humus Racalmuto

La conclusione della mattinata è avvenuta con un aperitivo vigatese con “arancini” del Commissario Montalbano, nel Caffè Vigata, a pochi metri della statua di Montalbano.

 

Montalbano: uno, nessuno, centomila

La statua di Montalbano scoperta da Camilleri  

A proposito della scultura del Commissario Montalbano, assai diversa dallo Zingaretti della fiction, Camilleri ha scritto un’interessante minirelazione sulla brochure di presentazione dell’evento:

 

“Nell’immaginario collettivo le immagini del commissario Montalbano corrispondono a quelle di Luca Zingaretti che l’interpreta in tv. In realtà il mio personaggio, quello che opera a Vigata, è un po’ più anziano perché naviga per i sessanta anni essendo nato nel ’50. Il mio commissario è pieno di capelli, ha i baffi ed è facilmente riconoscibile sulla pagina. E’ giusto quindi che Vigata – Porto Empedocle realizzi un’immagine del vero volto del commissario Montalbano, così come si può desumere dalle mie, certo non ricche, descrizioni fisiche del personaggio. Non vorrei sbagliarmi, ma mi pare che in Italia di monumenti destinati ad un eroe di romanzo esista solo quello a Pinocchio dovuto al grande scultore Emilio Greco. Ora immaginare Pinocchio, non dovrebbe essere difficile, dato che si tratta di un burattino oltretutto perfettamente descritto da Collodi. Eppure le decine e decine di pittori e di disegnatori che hanno tradotto in immagini Pinocchio, l’hanno fatto uno diverso dall’altro perché ogni artista, dentro di sé, aveva il “suo” Pinocchio. Di fronte a un personaggio come Montalbano, che è uomo comune, i problemi del dargli una forma concreta si moltiplicano. Gli stessi lettori ne danno ogni volta un’immagine differente e, credetemi, non c’è una descrizione che coincida con un’altra. Accadrà così con quest’opera, è inevitabile. Questo è il Montalbano visto dal Maestro Giuseppe Agnello che l’ha, impresa certo non facile, tradotto in bronzo. A me piace questa immagine di Montalbano; soddisfa molto e ancor più mi piace che il mio Commissario se ne stia appoggiato ad un lampione a guardare i “marinisi” che passeggiano! So già che molti diranno che non somiglia a Montalbano. E che altrettanti diranno invece che gli somiglia. E’ inevitabile: ogni lettore si crea un suo Commissario. Come ogni personaggio romanzesco Montalbano infatti è, pirandellianamente, uno, nessuno, e centomila!”

                                                                                                  Andrea Camilleri

 

Prima della scopertura, Andrea Camilleri ha voluto salutare l’evento, cavando dal suo cappello a cilindro delle battute umoristiche.

 

Tu, cu si’?

 

Era un pomeriggiu estivo di vampa e iucavu al piccolo chimico, quando sintivu bussare alla porta. I miei genitori dormivano. Andai ad aprire e mi truvavu davanti un ammiraglio in feluca e mantellu, ca mittennumi due jta sutta a frunti, mi disse:

”Tu, cu si’?”

“Sugnu Nenè Camilleri” risposi subitu.

“Chiamami to’ patri e ta’ matri e dicci ca c’è Luiginu Pirandello!”

Ci fu un’aggitazzioni generali, perché nessuno era prontu alla visita di Ziu Luigi, abbigliato d’Accademico d’Italia.

Ora vidennu la statua di Montalbano poco distante da quella svettante di Pirandello in mezzu a’ Marina, mi ricordu sti dui jta puntati che Pirandello dall’alto del suo monumento immagino puntari a Montalbano, dicendogli:

“Tu, cu si’”

 

Camilleri 2 – Sentendo la citazione introduttiva sulla realizzazione in bronzo della statua, Camilleri nel preambolo del suo discorso ha detto:«Non parliamo di metalli, perché dalle nostre parti il bronzo ricorda il detto poco edificante “faccia di bronzo”»

 

 

IL CIELO RUBATO. DOSSIER RENOIR

di Andrea Camilleri

L 

Castello di SiculianaIn serata al Castello chiaramontano di Siculiana, appartenente alla famiglia Firetto di Porto Empedocle - la stessa del sindaco -, che ne ha fatto un lussuoso resort per eventi – matrimoni, meeting, manifestazioni -  è avvenuta la presentazione dell’ultimo libro di Andrea Camilleri “Il cielo rubato. Dossier Renoir”, in cui si racconta un viaggio del pittore Renoir ad Agrigento, allora Girgenti – forse avvenuto o forse no – attorno al quale lo scrittore ricama una storia ricca di mistero, tra realtà e finzione. Mai luogo fu più indicato per effettuare tale presentazione, perché il castello di Siciliana è quello in cui vissero l’avvenente Costanza II Chiaramonte e Antonino Delcarretto, dei marchesi di Savona Noli e Finale. Costanza II amava il lusso e i divertimenti. Della compagnia di gaudenti del castello venne a far parte Ser Branca Doria, il nobile genovese che attirato il suocero Michele Zanche in un suo castello, lo aveva ucciso, per succedergli nel dominio di Logudoro in Sardegna. Dante lo aveva collocato in vita nella Tolomea negli assassini degli ospiti, assieme al Conte Ugolino della Gherardesca, nel canto XXXIII dell’Inferno:

 

Tu ‘l dei saper, se tu vien pur mo giuso:

elli è ser Branca Doria, e son più anni

poscia passati ch’el fu sì racchiuso

 

“Io credo” diss’io lui, “che tu m’inganni;

che Branca Doria non morì unquanche,

e mangia e bee e dorme e veste panni”.

 

Corte del Castello chiaramontano di SiculianaNel mio romanzo “Una contrada chiamata Consolida” ricostruisco la storia scellerata della fedifraga Costanza II e Branca Doria, i quali ebbero dalla loro unione sette figli. Una storia fitta di mistero in uno dei tanti castelli dei Chiaramente.

E in effetti, come hanno chiarito il presentatore Fabio Carapezza Guttuso e il critico letterario Salvatore Ferlita, alla base di “Il cielo rubato” sta un grosso mistero di un viaggio, vero o fittizio, di Renoir, dal quale si dipana tutta la storia, in un racconto epistolare di sostanza, secondo un sistema già collaudato da Camilleri, di cui Marco Trainito ha diffusamente parlato nel suo “ritratto dello scrittore”.

Tutto ciò è stato anche ribadito da Andrea Camilleri nel suo intervento, il quale ha finito per sottolineare il giuoco continuo di rimandi delle sue opere, come esca offerta ai critici letterari, i quali assai spesso non riescono a coglierli tutti.

In quest’ultimo libro Camilleri ha evidenziato anche il pirandellismo dell’apparenza, della realtà e della finzione, ma ha lasciato in sospeso altri possibili enigmi celati. Ma la struttura del racconto è chiaramente sciasciana, con un riferimento quanto mai aderente a “Il consiglio d’Egitto”, dove i temi di verità, realtà, impostura, e della verità che diventa impostura e dell’impostura che diventa realtà, sono svolti dall’illuminista Leonardo Sciascia in maniera stringente. L’impostura finisce per prevalere sulla verità e diventa essa stessa verità, ma è pur sempre la ragione che trionfa, perché è la ragione che fa scoprire la seduzione e l’imporsi dell’impostura.

 

“Sono un contastorie”

Andrea Camilleri «Non sono un cantastorie, perché sono stonato. Sono un “contastorie”, uno che racconta, che lavora per i lettori. E poiché lavoro per i lettori, devo essere sempre diverso, uno, nessuno e centomila, così come uno nessuno centomila è il personaggio del Commissario Montalbano» ha detto nel corso della presentazione del suo ultimo libro Andrea Camilleri.

E ha poi aggiunto:«Confesso che con Montalbano mi sono trovato spesso a mal partito, quasi in galera. E’ la ripetitività il vizio più grande della letteratura e per liberarmi di questa presenza ossessiva del Commissario, ero costretto a gettare dei nuovi racconti, come pezzi di carne ai lupi di una slitta, perché Montalbano mi lasciasse libero di creare dell’altro. Certo, con Montalbano le vendite aumentano, i lettori sono più veloci di me e famelici aspettano altre storie. Non è bello sentirsi in galera e così, se riesco a sottrarmi a Montalbano, rientro in una posizione meno difficile, passando dalla galera agli arresti domiciliari, creando delle storie che mi intrigano molto»

C’è in queste dichiarazioni di Camilleri tutto il dramma moderno dello scrittore, costretto a confrontarsi ogni giorno con i suoi lettori.

«Mi dicono che dopo la mia morte, le mie opere saranno dimenticate? Non me ne importa un bel niente, l’unica cosa importante è scrivere “storie”»

Leonardo SciasciaDietro queste parole ci sono Borges, Sciascia e anche Pirandello. Borges preconizzava una teologia laica dei libri, che convergono verso l’unico, il più grande libro in assoluto. Sciascia ricordava che lo scrivere è sempre gioia, stato di grazia. Per Pirandello invece lo scrivere era vita (la vita o si vive o si scrive).

«Non voglio entrare nelle antologie - ha detto Camilleri – Porta jella. Portò jella ad Alessandro Manzoni, uno dei più grandi letterati di tutti tempi: la scuola così come l’ha fatto conoscere ha finito per farlo odiare. Appreso che una scuola siciliana, al posto dei Promessi Sposi, aveva adottato come antologia il mio Il birraio di Preston, ho scritto una lettera aperta  ad un giornale indirizzandola a Manzoni “Caro Sandro, la colpa non è tua, ma della scuola…”. Concetto quest’ultimo già evidenziato da Leonardo Sciascia pubblicamente, con l’affermazione che lo studio dei Promessi Sposi a scuola era consolatorio, mentre il quadro dipinto da Manzoni non era affatto consolante ma desolante.

A proposito dei libri e dei critici come sacerdoti, Camilleri ha posto il quesito:

«Che cos’è l’arte?»

Per lui l’arte è creazione di storie, sempre nuove, sempre diverse, mai scontate, perché l’arte consiste nella fruizione, nella massima fruizione; l’arte è vita e per esserlo veramente deve uscire dalla ripetitività. Vi è in ciò il contrasto pirandelliano tra vita e forma. Al lettore interessa la concretezza delle storie, più che la forma con la quale le si racconta.

Luigi PirandelloE ricordando il giudizio lusinghiero su una sua messa in scena degli anni sessanta del “Finale di partita” di Beckett, da parte di un critico, il quale  diceva che Camilleri era l’unico a poter dare del tu a Pirandello, Camilleri ha precisato d’aver risposto:

«Ringrazio immensamente del giudizio lusinghiero, ma a Pirandello, cui mi ha legato peraltro un vincolo di parentela, io continuerò a dare come sempre del “Voscenza”, che dalle nostre parti significa “Vostra eccellenza”»

 

venerdì, 08 maggio 2009

ISTANBUL, CROCEVIA DI CULTURE

(notazioni di viaggio)

Istanbul, tramonto sul bosforoMoschea di Solimano, IstanbulSanta Sofia Santa sofia mosaico dCisterna romana, IstanbulIstanbul Moschea blu Moschea blu

Divisa tra Asia e Europa, tra Oriente e Occidente, tra religione e laicità, megalopoli di 15 milioni di abitanti, esplosa tumultuosamente negli ultimi anni, Istanbul incarna la tradizione e la modernità con tutte le sue contraddizioni che una società del genere può comportare. La gente arriva da tutti gli angoli della Turchia, con la speranza nel cuore, puntando decisamente su questa città, la più estesa del mondo, e anche su Smirne (5 milioni di abitanti, altra città cresciuta a dismisura) per sottrarsi ad una sorte di miseria, di disoccupazione, di condanna sociale.

Panorama di Istanbul Ma come tutte le metropoli, Istanbul, città internazione dal turismo redditizio, può dare poco ai diseredati, perché i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri più poveri. La forbice si allarga sempre più e crescono i fermenti e le proteste. C’è il sogno europeo, di entrare nella Comunità, per essere una nazione competitiva dell’Occidente; c’è la paura d’essere fagocitati nelle spire dell’islamismo per uno stato che il padre della patria Ataturk aveva voluto fortemente laico, sganciandolo per sempre dalla religione.

La Repubblica di Turchia, nata il 29 ottobre del 1923, costituì un evento eccezionale, forse unico, se si pensa che l’impero ottomano era durato per molti secoli, ininterrottamente dal 1299 al 1922. Non c’è alcuna affinità linguistica, culturale, etnica, tra Turchi e Arabi. Tuttavia, la libertà religiosa è stata una costante della Turchia. All’ingerenza della religione araba si aggiunge quella europea, che sovvenzionò lo stato ottomano con cospicui prestiti internazionali, che diedero il via a un debito pubblico difficile da colmare.

Da qui la caduta dell’impero e la nascita di uno stato repubblicano, ad opera di Mustafa Kemal Ataturk.

Ataturk padre della patria turcaIl culto di Ataturk regna ancora sovrano e le sue riforme, nei piloni portanti, sopravvivono a settant’anni dalla sua morte (10 novembre 1938). Nel palazzo di Dolmabahce, dove Ataturk visse, dal suo rientro in patria fino all’ultimo giorno, tutti gli orologi sono puntati sulla fatidica ora della sua morte, le 9,05.

Dolmabahce, palazzo visto dal BosforoOrologio di DolmahbaceDolmahbace Scalinata e lampadarioSalone ingresso DolmabahcePalazzo Dolmahbace Ataturk riformò la scuola e il diritto e diede il via a un processo di occidentalizzazione, laicizzando la società turca, anche se raccomandò di non spingere l’occidentalizzazione fino alle estreme conseguenze. Del suo progetto culturale fece parte integrante l’emancipazione della donna. Anche se non proibì formalmente l’uso del velo, invitò pubblicamente e continuamente a non usarlo. Libertà e diritti civili delle donne furono suoi cavalli di battaglia. Scriveva:”Se ciò che chiamate civiltà è lasciar andare le donne mezze nude per le strade e farle ballare in mezzo a tutti, sappiate che questo è contrario alla nostra mentalità. Non lo vorremmo non lo vorremmo mai.”

Danza del ventre, IstanbulTuttavia, se sotto il profilo legale questi principi rimasero saldi e intangibili, l’emarginazione della donna turca, dopo la seconda guerra mondiale, cominciò ad essere pesante, tanto che nel 1989 ad Ankara, la capitale, si tenne il primo congresso femminista, con il quale si stigmatizzava la molteplice oppressione femminile, che si manifestava in tutte le istituzioni dominate dall’uomo - famiglia, scuola, stato, religione -, anche se c’è da precisare che l’ultimo periodo dell’Impero ottomano aveva fatto riscontrare un fermento eccezionale a favore dell’emancipazione femminile.

Donne nella moschea di Eyup Donne che pregano, Santa SofiaKemal Ataturk aveva anche abolito la poligamia fondando un diritto di famiglia paritario. Certo molte contraddizioni esistono e sussistono nella società turca anch’essa globalizzata, soprattutto nei paesi dell’interno, dove sono tangibili prevaricazioni, superstizioni, riti tribali e religiosi, analfabetismo e acceso nazionalismo. E in politica estera il mancato riconoscimento del “genocidio armeno” del 1915 ad opera dei Giovani Turchi, unitamente alla politica autoritaria del premier Erdogan, costituiscono una grossa remora per l’ingresso nell’UE. Barak Obama si è detto favorevole, ma Sarkozy e la Merkel sono contrari. Una partita aperta, ma che rischia di allargare il solco tra Europa e Turchia, la cui politica marcia verso l’islamizzazione, contraria alla visione kemalista, molto radicata nella coscienza del paese.

 

 

PAMUK, EMULO DI PIRANDELLO E SCIASCIA

Orhan Pamuk 

“L’intera Istanbul è confusa e triste come me”

 

“Finalmente capivo di amare Istanbul proprio per le sue rovine, per la sua malinconia e per il fatto che avesse perduto il prestigio di un tempo”

                                                                                        (Orhan Pamuk, Istanbul)

 Moschea di Solimano

Di questo disagio sociale, politico, internazionale, ma anche esistenziale della Turchia è fedele interprete Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura 2006, che soprattutto in “Istanbul” individua questo iato profondo tra l’essere e il dover essere di una città, che incarna una nazione intera, votata al sogno della modernità – pur con tutte le patenti contraddizioni – o ripiegata in un ritorno ad un integralismo religioso, superato dai tempi e dalla logica, contrario persino alla sua vera identità storica.

Pamuk è contrario all’occidentalizzazione a tutti i costi, alla cementificazione sfrenata - per la verità non così evidente come in altre realtà dell’Oriente, vedi ad esempio Bangkok – e indulge al ricordo romantico di una Istanbul a misura d’uomo, città culturale, città romana, bizantina, ottomana, con il fascino dei suoi minareti, dei suoi vicoli, del suo mare, del Bosforo, del Corno d’Oro, dei palazzi ottomani, di Topkapi, di Santa Sofia.

LTopkapi, dallVenditore di gelatoNel Bazaar di IstanbulCittà in cui si mescolano culture, sedimentate nel tempo e che hanno lasciato tracce, che non possono essere sradicate.

Ma Pamuk si schiera dalla parte della modernità, rivendicando il ruolo dell’intellettuale – accanto a quello politico – e alzando la voce per il riconoscimento del “genocidio armeno”, per il quale è stato posto sotto inchiesta, per sua fortuna archiviata, ma che rinfocola le ire dei “nazionalisti”.

Ma se Pamuk può essere considerato la coscienza critica della Turchia, il letterato di punta della cultura turca, ha tuttavia rifiutato l’etichetta che avrebbero voluto appioppargli di “scrittore della nazione”.

Sono un uomo fatto di libri” ama dire e si dimostra orgoglioso dei sedicimila volumi della sua biblioteca. La scrittura è per lui la sua essenza, il suo modo di essere. Vivere e scrivere, come Pirandello, per lui fondamentale come Borges; e come Sciascia, di cui possiede l’opera omnia, compresi gli scritti politici, è stato un lettore “bulimico”.

Pamuk avverte il disagio dell’intellettuale relegato in un angolo, in una nazione in cui contano più la politica e il potere: è un disagio universale, denunciato anche dall’altro Premio Nobel 2007 Doris Lessing. Lo scrittore però non può abdicare al suo sogno, al suo ruolo, alla ricerca della felicità possibile, nella scrittura e per la scrittura, che Leonardo Sciascia, sulla falsariga di Borges, individuava in una sorta di stato di grazia.

 

Sciascia e l’Oriente

 La Scala dei Turchi, Realmonte (Agrigento)

Leonardo SciasciaIl mondo orientale vena le opere di Leonardo Sciascia. Ma l’Oriente è visto dal siciliano come un evento temuto, l’insicurezza è la componente primaria della storia siciliana.

 

«…non del mare che li isola, che li taglia fuori e li fa soli i siciliani diffidano, ma piuttosto di quel mare che ha portato alle loro spiagge i cavalieri berberi e normanni, i militi lombardi, gli esosi baroni di Carlo d’Angiò, gli avventurieri che venivano dalla “avara povertà di Catalogna”, l’armata di Carlo V e quella di Luigi XIV, gli austriaci, i garibaldini, i piemontesi, le truppe di Patton e di Montgomery; e per secoli, continuo flagello, i pirati algerini, che piombavano a prendere i beni e le persone. La paura “storica” è diventata dunque paura “esistenziale”; e si manifesta con una tendenza all’isolamento, alla separazione; degli individui, dei gruppi, delle comunità – e dell’intera regione» (Leonardo Sciascia, La corda pazza, Sicilia e Sicitilitudine)

 

Evento temuto che viene dall’est contraddistinto da una serie di frasi del dialetto siciliano tuttora in uso: “mamma li turchi”, “cu piglia un turcu è so”, “bestemmia comu un turcu”, “fuma comu dudici turchi”, “fici cosi turchi”. Modi di dire, iperboli dell’immaginario collettivo, ormai retaggio, ma significativi.  In Occhio di capra Sciascia ricorda ancora i Turchi, l’harem, il dorato del tesoro, del danaro, come un vagheggiamento estravagante:

 Istanbul, Topkapi, tesoro

Istanbul , Topkapi, Harem

«D’AREMI. Sono “d’aremi”, nelle carte da gioco siciliane, quelle dell’oro. Di danari. Probabilmente dall’arabo “dirham”, dìnaro. Ma per il suono, e per la lontana origine pure araba, resta di estravagante suggestione, a richiamo, la parola “aremme” registrata dal Tommaseo: “l’aremme de’ Turchi, in quanto è chiostro; ma aremme son anco le femmine stesse”. Lontana parola, ma non sfuggita alla caccia dannunziana: “su quel tappeto d’aremme”. Di harem. Ma per me, nel ricordo delle carte da gioco con cui nella mia infanzia molto tempo si trascorreva, la parola soffonde un che di dorato»

Istanbul, una volta dell

Pirandello e i Turchi

Luigi Pirandello Di questa tendenza all’eccesso, all’eresia, all’ "iconoclastiadel mondo turco, l’umorismo di Luigi Pirandello non poteva non cogliere gli aspetti più contraddittori, messi in luce nella novella “La lega disciolta”, 1910, in un personaggio, Bombolo, che ostenta tutto il carattere di un turco, temuto e riverito:

 

Girgenti, contadino con fez“Bombolo stava tutto il giorno, col berretto rosso da turco sul testone ricciuto, un pugno chiuso sul marmo del tavolino in atto d’impero, l’altra mano al fianco, una gamba qua, una gamba là, guardando tutti in giro, senza disprezzo ma con gravità accigliata, quasi per dire:«I conti qua, signori miei, lo sapete, bisogna farli con me»” 

Bòmbolo ha fondato una lega di “bravi picciotti”. Fanno sparire capi di bestiame ai proprietari di terre, perfino ai baroni; e tutti, dicasi tutti, sono costretti a recarsi in processione da lui, per cercare di recuperarli e, per riaverli, devono pagare.

 

“Aveva un cartolare, Bòmbolo, ch’era come un decimario di comune, dove, accanto a ogni nome erano segnati i beni e i luoghi e il novero delle bestie grosse e delle minute. Lo apriva, chiamava a consulto i più fidati, e stabiliva con essi quali tra i signori dovessero per quella settimana «pagar la tassa»” (Pirandello, La lega disciolta)


Ma l’attività di Bòmbolo è un togliere ai ricchi per dare ai poveri, come egli dice a un suo vessato compaesano:

 

“Oggi com’oggi, un uomo, un figlio di Dio che lavora, povera carne battezzata come Vossignoria, non come me, io sono turco – sissignore – turco… eccolo qua – (e presentava il fez) – dicevamo, un uomo che butta sangue con la zappa in mano dalla punta dell’alba alla calata del sole, senza sedere mai, altro che mandar giù a mezzogiorno un tozzo di pane con la saliva per companatico; un uomo che le torna all’opera masticando l’ultimo boccone, dico, padrone mio, pagarlo tre «tarì», in coscienza, non è peccato? Guardi Don Cosimo Lopes! Dacchè s’è messo a pagare gli uomini a tre lire al giorno, ha da lagnarsi di nulla?”


E in un fondaco delle alture di San Gerlando, Bòmbolo riunisce, ogni settimana, la Lega per integrare i magri guadagni dei contadini al prezzo stabilito di tre lire, detratte le pensioncine settimanali per le famiglie di tre esattori, condannati a tre anni di carcere, che avevano saputo tacere sull’attività della Lega. E lui, nossignori, non prende una lira, anzi ci rimette del suo, perché anche il suocero paga la «tassa». Sono falsità, quelle che si propalano in giro, che lui ciurla nel manico. E' lui l’apostolo della Giustizia, che controbilancia la “bella giustizia” che si amministra in Sicilia.

 

“Egli lavorava per la giustizia. La soddisfazione morale che gli veniva dal rispetto, dall’amore, dalla gratitudine dei contadini che lo consideravano come il loro re, gli bastava. E tutti in un pugno li teneva”


Tutto così vero che egli dichiara sciolta la Lega, allorquando escono dal carcere i tre esattori condannati e manda il fez  da turco, della sua sovranità, al suocero, come in una deposizione. L’umorismo pirandelliano, così evidente, esplode dirompente in tutta la sua icasticità, quando i furti di bestiame riprendono, all’insaputa di Bòmbolo e dei suoi sodali. E le persone che si rivolgono a lui, per pagare la “tassa” credono una commedia il suo sdegno, come prima avevano ritenuto una commedia la sua pietà per i contadini.


“Ah, dunque, volevano proprio che gli schiattasse nel fegato la vescichetta del fiele?

-Via! puh! paese di carogne!

E mandò dai nonni alle terre di Luna il suo figliolo, facendo dire al suocero che rivoleva subito subito il suo berretto rosso. Turco, di nuovo turco voleva farsi!

E due giorni dopo, raccolte le sue robe, scese al porto di mare e si rimbarcò su un brigantino per il Levante”


Emerge il sentimento del contrario, quel sentirsi ridicolizzato, che porta il personaggio  a volersi fare turco, eretico, a lasciare la sua terra, diventata nella sua violenza e protervia, più eretica dei più eretici turchi. Una novella che fa sorridere, di un sorriso amaro, ma non comica. La situazione del personaggio, schiacciato dagli eventi, potrebbe essere di chiunque e pertanto per Pirandello va rispettata e compresa.

 

 

lunedì, 27 aprile 2009

«AVEVO LA SPAGNA NEL CUORE»

 Sciascia e la moglie a Siviglia

“Avevo la Spagna nel cuore. Quei nomi – Bilbao Malaga Valencia e poi Madrid, Madrid assediata – erano amore, ancor oggi li pronuncio come fiorissero in un ricordo di amore. E Lorca fucilato. E Hemingway che si trovava a Madrid. E gli italiani che nel nome di Garibaldi combattevano dalla parte di quelli che chiamavano rossi. E a pensare che c’erano contadini e artigiani del mio paese, d’ogni parte d’Italia, che andavano a morire per il fascismo, mi sentivo pieno d’odio. Ci andavano per fame. Li conoscevo. Non c’era lavoro, e il duce offriva loro il lavoro della guerra. Erano carichi di figli, disperati; se andava bene, la moglie avrebbe fatto trovar loro, al ritorno tre o quattromila lire messe da parte; e il duce li avrebbe certo compensati con un posticino di bidello o di usciere. Ma per due o tre del mio paese la cosa andò male, in Spagna ci restarono, morirono in Spagna di piombo per non morire di fame in Italia” (Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra)

 LUA Auser

Rosalia Centinaro SavatteriQuesto brano è un atto d’amore di Leonardo Sciascia nei confronti di una nazione, la Spagna, “amata sui libri” attraverso i suoi poeti e scrittori, prima di conoscerla. Così come è stato un atto d’amore nei confronti dello scrittore, nel ventennale della sua morte, la conferenza “Avevo la Spagna nel cuore”, che la professoressa Rosalia Centinaro Savatteri ha voluto tenere presso l’Università della Terza età di Agrigento, per tributare il giusto ricordo a un amico di famiglia.

Ci sono vite di famiglie già scritte. Non si sa se sia effettivamente così per tutti i casi, ma la  famiglia Savatteri-Centinaro sembra avere avuto assegnato in sorte  - in buonissima sorte - il culto di Leonardo Sciascia. L’amicizia della famiglia Savatteri con la famiglia Sciascia, vecchissima, viene a rinsaldarsi ulteriormente tra il padre dello scrittore e il nonno di  Calogero Savatteri, direttore di banca. I Savatteri d'estate abitano in Contrada Noce di Racalmuto, per sottrarsi all’afa e alle esalazioni della miniera che arrivavano in paese spinte dal vento. Anche Calogero Savatteri comprerà terra in Contrada Noce per costruirvi una casa, molto vicina a quella dello scrittore e a quella degli zii. La devozione e la solerzia, quasi proverbiali di Calogero Savatteri nei suoi confronti, avevano mosso Leonardo Sciascia a far da testimone al  matrimonio del suo affezionato amico con Rosalia Centinaro  docente di lettere (italiano, latino e nei licei), progetto poi impedito per un viaggio di Sciascia per ritirare un premio. Ma l’amicizia per lo scrittore con il passare del tempo si è accresciuta, fino a diventare autentico culto: entrambi i figli dei Savatteri hanno voluto discutere la loro tesi di laurea su Sciascia: Matilde, funzionario in un Istituto di Credito, si è laureata in lettere classiche con la tesi “I saggi di Leonardo Sciascia” ed Edoardo, professore di filosofia, pianista, ha dissertato su “Influssi storico-filosofici del ‘900 spagnolo nel pensiero di Leonardo Sciascia”,

Appare scontato affermare che la madre ha fatto di Sciascia, durante la sua ultratrentennale esperienza di docente, il percorso privilegiato del suo magistero didattico, continuando, dopo aver concluso la sua carriera, a professare il suo amore “religioso” per il maestro di Regalpetra con discussioni, dibattiti e conferenze.

“A venti anni dalla sua morte mi sembrava doveroso offrire un mio piccolo ricordo all’amico, all’uomo, al grande scrittore” ha premesso con il candore che la contraddistingue, prima dell’intervista.

Rosalia Centinaro Savatteri

 

L’INTERVISTA

 Rosalia Centinaro Savatteri

Perché l’argomento della Spagna?

“E’ fondamentale nella poetica di Sciascia e mostra ampiamente il suo spessore europeo, quantunque le sue opere trovino addentellati evidentissimi nella cultura francese (Montaigne,  Voltaire, Diderot, Courier, Stendhal ecc.), in quella americana, inglese, tedesca…e via dicendo.  Però, il rapporto con la Spagna assume aspetti assai peculiari e privilegiati”

L’Inquisizione come materia comune?

“Non solo. Italo Calvino scriveva a Sciascia, precisando che se avesse tenuto sempre vivo questo rapporto Spagna-Sicilia, l’ispano-siculo gli avrebbe dato l’universalità. In Morte dell’inquisitore Sciascia, attraverso la storia dell’”eretico” racalmutese Fra Diego La Matina, traccia una storia d’inquisizione che potrebbe essere collocata spazio-temporalmente in qualsiasi luogo della Spagna. E ne possiamo ricavare, già da questo, che la Sicilia è la Spagna e la Spagna è la Sicilia. Ma su questa falsariga c’è da dire che l’intera opera di Sciascia è una inquisizione continua, perché l’inquisizione (“l’eterna inquisizione”) è lo strumento principe che offre alla Ragione il modo di rivelare la verità e le imposture: Sciascia possiamo dire che è un inquisitore per antonomasia, che cava dalla realtà la verità. Che poi essa venga sconfitta, è discorso diverso, che dipende dalle congiunture. Ma ritornando a Morte dell’inquisitore, facendo successive ricerche sull’argomento anche in Spagna, Sciascia disse che «appena si dà di tocco all’Inquisizione, molti galantuomini si sentono chiamare per nome, cognome e numero di tessera del partito cui sono iscritti», dimostrando che l’inquisizione e l’intolleranza erano tutt’altro che morte.

Quale fu il motivo che spinse Sciascia a parlare nelle Parrocchie e nell’Antimonio della guerra civile spagnola? 

“Non soltanto per la sua vocazione antifascista, maturata nel periodo studentesco all’Istituto Magistrale di Caltanissetta, dove incontrò Brancati, Vittorini, Luigi Cortese, Luigi Monaco, l’editore Salvatore Sciascia.

Sciascia nel capoluogo nisseno s’era avvicinato alla migliore letteratura Europea e americana e, cresciuto nel periodo del ventennio fascista, non poteva non sentire profondamente quella guerra, relativamente alla quale aveva avuto notizie di prima mano che dei racalmutesi erano andati a morire per il fascismo, al solo scopo di mandare a casa la paga che potesse sfamare i familiari. Un dramma umano terribile, contrario ad ogni logica razionale, come fu per molti.”

E dall’altro lato della barricata c’erano i garibaldini e altri volontari che lottavano per la repubblica contro Franco…

“E idealmente anche Leonardo Sciascia. Egli aveva assimilato al meglio la cultura spagnola, attraverso Lorca, Machado, Cervantes, Ortega y Gasset, Miguel de Unamuno, Castro, Azaña e si sentiva spagnolo nel sentimento e nell’essere. Anzi diceva perentoriamente «Se la Spagna, è come qualcuno ha detto, più che una nazione un modo di essere, è un modo di essere anche la Sicilia; e il più vicino che si possa immaginare al modo di essere spagnolo».

E Sciascia, a posteriori, volle fare in Spagna viaggi di conoscenza…

“Appare sorprendente come abbia trovato le assonanze con quanto la sua fantasia gli aveva suggerito nei suoi racconti. Ritrovò i posti dov’erano stati e morti gli italiani. Ma soprattutto Ortega y Gasset era stato decisivo per fargli scrivere ciò che scrisse su quella guerra tremenda nell’Antimonio, prima che avesse contezza fisica dei luoghi. Sciascia definì l’opera di Ortega y Gasset «un gran libro di viaggio, un viaggio straordinario, avventuroso, ricco di imprevisti e rivelazioni  nelle regioni dell'intelligenza»

Racalmuto, fontana e castelloC’è un passaggio di Sciascia assai emblematico di questo legame “prodigioso” Sicilia-Spagna:

"…andare per la Spagna è, per un siciliano, un continuo insorgere della memoria storica, un continuo affiorare di legami, di corrispondenze, di "cristallizazioni". E bastano i nomi: di paesi, di strade. Che sembra sentirli risuonare, nella lontana eco del tempo, dalla voce dei banditori: il vicerè Ossuna, il vicerè duca di Medinaceli, il vicerè duca di Maqueda, il vicerè marchese di Villana… I vicerè, gli avidi e infausi vicerè della Sicilia spagnola, non sono soltanto parte della storia siciliana, ma anche coi loro nomi, con le cose che da loro hanno preso il nome, della nostra. La via Maqueda, la piazza Villena, la via duca d'Ossuna...

“E aggiungeva: «La storia è diventata toponomastica, la toponomastica memoria individuale».

Un legame ritrovato dunque…

“Proprio così: non era qualcosa che cercava, ma qualcosa che aveva dentro, che tutti i siciliani portano dentro, magari senza rendersene conto. Come affermava: «Qualcuno del resto dice che si parte per tornare poichè ogni uomo reca dentro un suo paesaggio interiore, che potremmo chiamare "paesaggio dell'anima”»

La cultura spagnola ebbe, quindi, un suo peso specifico sulla scrittura di Sciascia…

“E sul percorso della Ragione. Prendiamo Manuel Azaña, Presidente della Repubblica spagnola al tempo della guerra civile. Con l’opera teatrale “La veglia a Benicarlò”, egli sottopose a serrata critica le cause e lo svolgimento crudo della guerra civile, nonché la crisi ideologica intestina dei repubblicani, auspicando in nome della ragione la riconciliazione della nazione, alla fine della guerra, secondo il motto “pace, pietà, perdono”.  Una vita la sua dedicata ai valori della giustizia e della ragione, che gli valsero l’esilio e la morte, ma che colpì Sciascia, il quale avrebbe voluto pubblicare l’opera da lui tradotta in italiano, per un progetto che abortì, perché in quel momento avrebbe suscitato più di una polemica.

Ma anche Miguel de Unamuno con la sua opera Del sentimento tragico della vita, imperniata sul contrasto tra fede e Ragione, gli aprì scenari unici per cogliere l’angoscia che attanaglia l’uomo moderno, nonchè l’amarezza e la conflittualità dell’esistenza umana.

Con l’approfondimento delle opere di Américo Castro e di Borges, il cerchio si chiude.

“Castro, erudito e critico di Rio de Janeiro, compì importanti studi sulla lingua, la letteratura, la religiosità e la cultura spagnola, assai fecondi per lo Sciascia lettore, soprattutto con l’opera Il pensiero di Cervantes e Aspetti del vivere ispanico. BJorge Luis Borges L’argentino Borges, maestro dell’ombra e delle finzioni, influì sulla scrittura di Sciascia e sulla cultura del “libro”, sostenendo che i libri convergono verso un unico libro, in una sorta di teologia laica del libro. Potrebbe essere il gran libro della vita, a somiglianza di una Divina Commedia o della Bibbia. Un concetto che fece dire a Sciascia che per poter scrivere bisogna essere sempre in stato di grazia. E in effetti per lui la scrittura fu un divertimento, una gioia.”

E siamo a Cervantes, dulcis in fundo…

“I rimandi a Cervantes sono evidentissimi nell’Onorevole, un’opera teatrale, nella quale la caduta verticale della società e la corruzione appaiono ormai conclamate. Eppure, attraverso il riferimento al sogno idealistico di Don Chisciotte e all’angelismo di Sancho Panza, che voleva governare appunto come un angelo, Sciascia conclude che c’è sempre un margine che si offre alla possibilità della ragione umana, per uscire dal pantano o per trarsi dall’abisso”

sabato, 18 aprile 2009

LA SETTIMANA DELLA CULTURA

NELLA TERRA DI PIRANDELLO E SCIASCIA

 Settimana della cultura, Agrigento

Tempio della Concordia, Agrigento

Parte in tutta Italia la grande kermesse della Settimana della Cultura, occasione irripetibile per visitare musei, luoghi d’arte a costo zero e non solo, perché molteplici e variegate risultano le offerte culturali, d’intrattenimento, di ogni genere e qualità. Anche Agrigento, e soprattutto la sua mitica Valle, patrimonio dell’Umanità, vuol proporre e proporsi non solo a livello regionale, ma soprattutto al turismo nazionale e internazionale che conta.

E così il Consorzio Turistico della Valle dei Templi dal 18 al 26 aprile vuol fornire stimoli e suggestivi momenti per fare del territorio agrigentino un vero e proprio laboratorio culturale a cielo aperto. Libero accesso dunque a tutti i beni monumentali e archeologici e soprattutto alla incantevole Valle dei Templi che resterà aperta fino a sera, con l’opportunità d’ammirare i santuari greci tutti illuminati e di godersi spettacoli organizzati in situ. Durante il giorno potrà essere visitato l’ineguagliabile patrimonio archeologico e il centro storico della città dei templi, ma potranno essere effettuate interessanti escursioni nell’immediato hinterland agrigentino, ricchissimo di pregiati monumenti, antichità e bellezze naturali.

 

NELLA RACALMUTO DI SCIASCIA

 Leonardo Sciascia

Paese della Ragione è stata denominata Racalmuto, in ossequio al suo più illustre concittadino, Leonardo Sciascia. Appare, quindi, prioritario effettuare una puntatina alla Fondazione “Leonardo Sciascia”, dove è possibile apprezzare una biblioteca ricca di 5.000 volumi (2.000 donati dalla famiglia Sciascia) e una originalissima pinacoteca che raccoglie oltre 200 ritratti di scrittori di culto sciasciano, collezionati in vita dallo scrittore e donati alla Fondazione, da lui costituita con testamento olografo. Inoltre fa parte della dotazione della Fondazione una ricca corrispondenza di Sciascia con i più grandi intellettuali italiani del dopoguerra, articoli di varie testate giornalistiche riguardanti le attività dello scrittore e della Fondazione.

Racalmuto Castello ChiaramontanoDa non perdere la visita al Castello Chiaramontano, interamente restaurato, alla Chiesa Madre con i quadri del Monocolo di Racalmuto, al teatro ottocentesco Regina Margherita, amministrato nell’anteguerra da uno zio di Sciascia, alla Chiesa di San Francesco.





Pro Loco di Castrofilippo (Ag)E per coloro che questa sera si trovano in zona, nella vicina Castrofilippo (ore 18,30 nell’aula di Via Francesco Falcone), organizzata dalla Pro Loco è possibile partecipare alla presentazione del libro di poesie “Pensamenti” - in dialetto racalmutese – di uno sciasciano doc, il racalmutese Piero Carbone, scrittore e saggista, il quale sullo scrittore racalmutese diede ampia e peculiare testimonianza con il libro “Il mio Sciascia”. Il dialetto fu molto amato da Sciascia ed è spesso citato nelle sue opere. In particolare in Occhio di capra lo scrittore esaminò una lunga serie di modi di dire, che costituiscono un interessante spaccato del microcosmo racalmutese, ma anche l’occasione per disquisire su argomenti di carattere universale.

Silloge in dialettoIn questo contesto, l’opera di Carbone assume un’importanza non indifferente relativamente alla lingua siciliana e ai suoi risvolti nei confronti della lingua madre.

E ciò spiega l’intervento di uno specialista della materia, Salvatore Trovato, ordinario presso l’Università di Catania, nonchè dello scrittore e critico, Antonio Patti e del magistrato Francesco Provenzano, che presenteranno l’evento. Estrapoliamo dal libro, cominciando dalla poesia del Castelluccio nella copertina del libro:

 

A lu Castiddruzzu

 

 

Bieddru castieddru miu ca ti scurdaru

n capu na muntagnola abbannunata

d’un circu russu lu suli a lu scurari

ti circunna e mpacci lu paisi po’ taliari.

 

Seculi, dimmi, quantu nn’ a’ sfidatu

cu ssi macigni di rocchi a sustintari,

supirchjarii quantu nn’a’ vidutu

nni ddru paisi ca ti voli scurdari.

 

Sicuru e fermu, livatu ni l’antu,

tu sienti lu vientu hiuhhiari e quarchi

rocca chi ddra ssutta sempri cadi.

 

Ancora, bieddru miu, ca ncapu a’ stari

comu n’aquila cu l’uocchji grifagni

chi accuvacciata ncapu l’ova av’a cuvari.

 

 

 Comu na pampina

 

Comu na pampina

vola e firrìa,

un juornu o l’antru

accussì la vita mia.

 

Piero Carbone e Ignazio ButtittaDiminaglia ( anche Nniminàglia, Miniminàglia o Mantide religiosa) è quasi un piccolo trattatello dialettale su un comunissimo insetto dal collo di giraffa, con due piccoli occhietti fissi in una testina triangolare mobilissima: era la Sibilla che, dimenandosi, dava risposta a tutto, ai nostri dubbi di ragazzi. Una composizione che Carbone recitò alla presenza del celeberrimo poeta in lingua siciliana Ignazio Buttitta, (Bagheria 1899-1997), premio Viareggio 1972, durante lo spettacolo intitolato “Zmaragdos” (arti in coordinamento e ricerche etnografiche) preparato e realizzato con altri studenti nel 1985 al Pensionato S.Saverio di Palermo.

 

da “Diminaglia”

Brava fusti, diminaglia,

nun sgarrasti mai na vota:

si cchjù saggia di ma nannu,

e giacchì m’arrispunnisti

senza dubbi e senza sbagli,

ppi stasira mi vastà,

iu ti pozzu libbirari.

Si quarcunu già t’aspetta,

nun lu fari cchjù aspittari.

 

Nella Città dei Templi con “Il fascino della divisa”

 Il fascino della divisa

Presso il Palacongressi di Agrigento sarà inaugurata questa sera la mostra “Il Fascino della Divisa – 2^ mostra di Uniformi Storiche e raduno fanfare e bande militari”, organizzata dall’UNUCI, con il MileExpo, dedicato agli appassionati di collezionismo storico e militaria. La durata dell’esposizione sarà accompagnata dal “Menu Tricolore” da parte dei numerosi ristoranti aderenti al Consorzio della Valle dei Templi (quali Leon d’oro, Akropolis, Marco Polo), con possibilità di poter gustare squisiti piatti a tema preparati con prodotti genuini e rigorosamente autoctoni.

Casa Natale di Pirandello oggi Vincenzo Sciamè, ritratto di PirandelloPirandelloPirandello

I convenuti potranno arricchire i loro itinerari turistici con la visita alla Casa Natale Luigi Pirandello (vis. Guidata dott. Claudio Castiglione, presidente Associazione guide Turistiche 360-284699), in cui è possibile scoprire fotografie, lettere, manoscritti e cimeli e mille curiosità sul Premio Nobel agrigentino, nonché l’urna cineraria murata nella vicina rozza pietra della campagna agrigentina.

Marta Abba davanti all

C

La Casa Museo è il fulcro del Parco Letterario da cui è possibile intraprendere un viaggio sentimentale tra cortili, piazze, quartieri e paesaggi agrigentini (tel. 0922-511826).

Museo Archeologico dDa non perdere è la visita al Museo Archeologico Regionale, unico per la sua realizzazione strutturale e per i reperti ivi custoditi, dove è possibile ammirare un Telamone originale ricostruito che sosteneva la trabeazione del mastodontico tempio di Giove Olimpico, edificato per il trionfo agrigentino sui Cartaginesi nella battaglia di Imera del 480 a.c.


L

Melo Minnella, fotografoE per gli amanti della fotografia sarà possibile ammirare la mostra del maestro fotografo di Mussomeli, di cinquantennale esperienza, Melo Minnella, dedicata al Mediterraneo.

Ma tutti i siti archeologici dell’immediato hinterland agrigentino saranno visitabili gratuitamente a cominciare dalla Villa Romana di Realmente ad appena dieci minuti da Agrigento, con una capatina alla vicinissima Scala dei Turchi:

 Villa Romana di Realmonte (Agrigento)Villa Romana mosaicoPavimentazione policroma ad incastroMosaico della stanzadel delfinoVilla Romana Realmonte (Ag) mosaicoScala dei TurchiScala dei TurchiScala dei TurchiPunta della Scala dei TurchiLa baia della Scala dei TurchiScala dei Turchi, Realmonte (Agrigento)Visione da Punta Grande della Scala dei Turchi e di Capo Rossello

In mezz’ora può essere raggiunta, da Agrigento, Eraclea Minoa, con il suo teatro greco e un interessante antiquarium, e per gli appassionati della natura la visione del capo Bianco, della pineta e del mare africano, nonché dei sinuosi meandri del fiume Platani.

Eraclea MinoaCTS, Centro recupero Cattolica EracleaEraclea MinoaEraclea MinoaEraclea MinoaEraclea MinoaEraclea Minoa

Tempio della Concordia, Valle dei templi AgrigentoLa Valle dei Templi, visitabile tutti i giorni gratuitamente, ospiterà sabato 25 aprile alle ore 22.00 il clou della Settimana della Cultura, con un concerto di chitarra del Maestro Giuseppe Cammarata, intitolato “Note di Poesia” che intermezzerà straordinarie poesie a tema, interpretate dall’attrice Mariuccia Linder. Lo spettacolo sarà allestito davanti allo splendido scenario del Tempio della Concordia illuminato, con sullo sfondo gli altri santuari, pure illuminati.Cammarata Giuseppe, maestro di chitarra

Fabbriche Chiaramontane AgrigentoE in centro città, sarà visitabile una bellissima mostra di grande spessore sul Furismo siciliano, nell’ambiente delle artistiche Fabbriche Chiaramontane, che si sta connotando come struttura di grande rilievo destinata ad accogliere il meglio dell’arte siciliana e non solo.

Carlo Carrà, futurismo 

A 15 minuti da Agrigento, verso l’interno, potrà essere visitata la Riserva Naturale

delle “Macalube”, gestita da Legambiente, dove si manifesta uno dei fenomeni scientifici più rari al mondo di vulcanesimo sedimentario. Presso la Riserva Naturale delle “Macalube”, infatti, si può assistere al rarissimo fenomeno costituito da centinaia di vulcanelli di fango freddi, alti da pochi centimetri a un metro, da cui ribolle e fuoriesce una miscela di fango salmastro e gas metano.

Sparsi su un’area collinare a tratti pianeggiante e dall’aspetto quanto mai singolare, questi vulcanelli erano già descritti dai viaggiatori stranieri nei secoli XVIII e XIX, che ne avevano riconosciuto l' importanza scientifica.

 

IL BAROCCO DI NARO

IL GENIO DI LEONARDO

Naro, Chiesa di San Francesco Leonardo da Vinci

Per la ricchezza dei suoi monumenti e soprattutto del suo barocco, la città di Naro (ad appena mezz’ora dal capoluogo) va visitata senz’altro. Anzi sarebbe una vera eresia scartarla. Affacciata sulla ridente Valparadiso, in posizione preminente (650 metri s.l.m.), la città di Naro è una vera perla d’arte. Nel suo territorio c’è traccia di primi insediamenti umani della prima età del bronzo, che testimoniano il suo inserimenti di pieno diritto nella storia della Sicilia. Città sicana, caduta poi nell’orbita fenicio-cartaginese, greca e romana, gli arabi la conquistarono nell’800, dandole l’attuale nome (Na-har, fuoco). Federico II la eresse tra le 23 città demaniali del regno, chiamandola la Fulgentissima, per le sue caratteristiche di città d’arte, che ne fanno tuttora un museo a cielo aperto. Chiese, catacombe, conventi sono disseminati a salire fino ad arrivare alla sommità, dove spicca l’imponente castello chiaramontano (monumento nazionale dal 1912), in un belvedere naturale dal quale si può vedere mezza Sicilia: l’Etna, Enna, Caltanissetta, Canicattì, il mare di Licata e Sciacca. Da ammirare la chiesa di San Francesco, il Museo d’arte Grafica con un Rembrandt, un Goya, un Dorè, un Guttuso, la chiesa medievale a tre navate con Agrigento, Festa di San Calogerosoffitto a capriate di Santa Caterina, la chiesa Madre con la sua originalissima facciata rosa e con stucchi serpottiani, la chiesa di S. Salvatore, la basilica di San Calogero, edificata sulla grotta, nella quale fu in eremo il santo nero.

Naro (Ag) Castello Chiaramontano

Durante la Festa della cultura, immancabile la visita al Castello Chiaramontano per conoscerne la prestigiosa storia, ma anche per visitare l’eccezionale mostra 'Il genio di Leonardo da Vinci':

Leonardo da Vinci, vite d

una straordinaria esposizione di 70 modelli di macchine riprodotte a grandezza naturale attraverso i disegni di Leonardo da Vinci contenuti nei vari Codici (Atlantico, Hammer, Trivulziano, Arundel, Madrid, ecc.) e ricostruite da abilissimi artigiani sotto la supervisione di esperti ingegneri. Le macchine sono realizzate in legno, metallo e stoffa, in scala o a grandezza naturale, supportate da tavole esplicative, realizzate in 6 lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo, tedesco, russo) con copia del disegno originale; sono inoltre predisposti pannelli illustrativi e didascalici, postazioni multimediali e la proiezione di un audiovisivo illustrativo.

Presso il Museo della Grafica sito in Via Piave, 121 (Palazzo Malfitano), la personale di fotografia dell'agrigentino Massimo Macaluso dal titolo: "Naro tra sguardi, risonanze e suggestioni". Per visite guidate, al Barocco di Naro, contattare Presidente Associazione Guide Turistiche Dott Claudio Castiglione 360-284699.

 

 

 

 

 

 

mercoledì, 08 aprile 2009

IL PROFESSOR TERREMOTO

(Pirandello dalla Sicilia all’Abruzzo)

Terremoto di Messina 1908 


Luigi Pirandello Il terremoto per Pirandello rappresenta l’imprevedibilità estrema della vita, che ci riserva in gran copia amarezze, drammi, tragedie e dolori; e viene a frustrare le illusioni e la vanagloria  degli uomini, i quali soltanto in queste occasioni riescono a cogliere l’essenza della loro umanità, della dignità, della solidarietà e del rispetto della natura.

Nella novella Il professor Terremoto, la sconvolgente catastrofe del 28 dicembre 1908 del terremoto di Reggio Calabria e Messina (con ben 130.000 morti) viene vissuta come una scoperta della grandezza “eroica” dell’uomo, che sa compiere miracolosi salvataggi, pur con il rischio della vita:

 

“Quanti di qui a molti anni, avranno la ventura di rivedere risorte Reggio e Messina dal terribile disastro del 28 dicembre 1908, non potranno mai figurarsi l’impressione che si aveva, allorché, passando in treno, pochi mesi dopo la catastrofe, cominciava a scoprirsi, tra il verde lussureggiante dei boschi d’aranci e di limoni e il dolce azzurro del mare, la vista atroce dei primi borghi in rovina, gli squarci e lo sconquasso delle case.

Io vi passai pochi mesi dopo, e da’ miei compagni di viaggio udii i lamenti su l’opera lenta dello sgombero delle macerie, e tanti racconti di orribili casi e di salvataggi quasi prodigiosi e di mirabili eroismi”

 

Pirandello, io-narrante, è come se avesse vissuto in prima persona i fatti, che gli furono raccontati dal fratello Giovanni, trasferito dall’Ente Ferrovie da Palermo a Messina nei primissimi giorni del 1909, su sua richiesta. Un evento vissuto traumaticamente dalla famiglia Pirandello, perché a Messina morì, sotto le macerie del suo palazzo, il cugino Luigi Pirandello, omonimo del Premio Nobel, ma coetaneo del padre Stefano (nati entrambi nel luglio 1835 a distanza di pochi giorni).

Nella novella, un viaggiatore racconta allo scrittore e al resto dei compagni di viaggio un suo particolarissimo caso e parla dell’eroismo umano in contrasto con la meschinità della vita di tutti i giorni:

 

Pirandello al lavoro“La vita non è fatta di questi momenti. La vita di tutti i giorni, voi sapete ben com’è: irta sempre di piccoli ostacoli, innumerevoli e spesso insormontabili, e assillata da continui bisogni materiali, e premuta da cure spesso meschine, e regolata da mediocri doveri.

E perché si sublima l’anima in quei rari momenti? Ma appunto perché si libera da tutte quelle miserie, balza su da tutti quei piccoli ostacoli, non avverte più tutti quei bisogni, si scrolla d’addosso tutte quelle cure meschine e quei mediocri doveri; e, così sciolta e libera, respira, palpita, si muove in un’aria fervida e infiammata, ove le cose più difficili diventano facilissime; le prove più dure, lievissime; e tutto è fluido e agevole, come in un’ebbrezza divina”

 

Ma questa aerea sublimità fino a quando può durare? Qui il viaggiatore Professor Terremoto, così definito umoristicamente dai suoi alunni, nel raccontare i singolari eventi della sua vita (dopo averli salvati nel terremoto, si prende carico della moglie, dei genitori e di tre figli e poi di cinque nati nella baraccopoli) non può fare a meno di considerare che, dopo i momenti “eroici”, si rientra inevitabilmente nei ranghi delle ordinarie vicende esistenziali e collettive:

 

“Lei non sa; lei non se n’accorge; non se ne può accorgere. Se ne accorgerà, quando l’anima le ricascherà, come un pallone sgonfiato, nel pantano della vita ordinaria”

 

Così, Pirandello ribadisce che la vita dell’uomo, soggetta alla grande ruota del tempo e della morte, che potrebbe essere vivificata nella sua durata, sempre e in ogni caso, dalla grandezza e dall’ “eroismo” quotidiano, è invece contrassegnata da egoismi, giuochi delle parti e di potere, da aspirazioni al superfluo e dalla rincorsa ai beni materiali, dalle delusioni singole e collettive.

L’uomo, in questa vana ed effimera ricerca, trascura la sua autenticità ed intanto il tempo scorre inesorabilmente e lo beffa.

E’ l’insegnamento dei terremoti e della nemesi della natura (ricordato ad esempio nella commedia “Non si sa come” e in altre novelle o romanzi) che postula l’apertura di una seria riflessione sugli scopi autentici dell’umanità, in presenza soprattutto di tali eventi luttuosi e sconvolgenti.

Sulla falsariga di queste meditazioni letterarie, ma umanissime e sempre attuali, in questo momento tragico del disastroso terremoto abruzzese, bisogna prendere coscienza di questo grande afflato di solidarietà che scatta nel popolo tutto, che non può essere soltanto il frutto del momento, ma deve poter durare, deve fare abbattere, ora e in futuro, steccati, veti, contrapposizioni sorde, che nulla di buono hanno finora prodotto.

L’Italia ha avuto troppi terremoti, sono state varate leggi - disapplicate o inadeguate - ci sono stati pochi controlli.

Occorre voltare pagina, riunire tutte le forze sane della nazione per una scommessa da vincere. L’inizio è promettente, ma sono le strategie, le lungimiranze, i risultati finali quelli che contano. Di fronte ad essi non ci sono differenze di movimenti politici, di partiti, di posizioni. Al di là dell’onda emotiva del momento e della tragedia immane, ne ricaviamo da Pirandello un insegnamento razionale e un monito per tutti, a futura memoria.

Il titolo umoristico della novella pirandelliana è assai emblematico: il terremoto è un vero "professore" e ci dà lezioni memorabili. Sta all’uomo tenerle sempre presenti e soprattutto farne tesoro, perché gli effetti dei terremoti, imprevedibili, in avvenire possano essere limitati e circoscritti.

 

giovedì, 19 marzo 2009

ON THE ROAD

FESTA DELLA PRIMAVERA

 Samantha Torrisi

Abituati come siamo a viaggiare quotidianamente, anche per brevi tragitti, forse trascuriamo di approfondire l’importanza delle infrastrutture di lungo percorso nel mondo di oggi. Agrigento, ultima città d’Italia sotto il profilo economico-sociale sente invece questo grande problema, pagando a caro prezzo la sua marginalità, in un’isola che è già marginale rispetto all’Europa e all’Italia del Nord.

Ma questo grande contenitore artistico-culturale, patrimonio unico al mondo, proiettato verso i paesi del Mediterraneo ma tagliato fuori dall’Europa e anche dal resto dell’Isola, vuol uscire dal tunnel, per imboccare decisamente la strada maestra del turismo, quale volano privilegiato del suo sviluppo.

Ministri Matteoli e AlfanoLa settimana scorsa, A Racalmuto, proprio nella terra di Sciascia, è stata posta la prima pietra del raddoppio della Statale 640 da Agrigento a Caltanissetta, alla presenza dei Ministri Matteoli e Alfano, che dovrà rendere più celeri i collegamenti che dalla parte orientale dell’Isola portano nella città dei templi. Per fare di questa città un polo turistico come si deve, europeo e mondiale, continuano a marciare anche altre progettualità: Porto, Aeroporto, raddoppio della Statale con Palermo.

A latere si muove anche l’iniziativa privata: numerosi albergatori hanno costituito Il Logo ConsorzioConsorzio Turistico della Valle dei Templi, che vuol porsi come soggetto attivo e propositivo permanente di offerta turistica. La prima iniziativa che ne è scaturita è il ricco programma della prima Festa della Primavera, un fine settimana (20-22) destinato a coniugare lo spirito della vacanza a contatto della natura, cultura, spettacolo e sapori (per saperne di più www.hoteltretorri.eu o cliccare il link sul blog HOTEL TRE TORRI).

Festa Primavera AgrigentoE’ l’inizio, cui seguirà un ventaglio di concrete proposte per fare di Agrigento un punto di riferimento ben preciso. Non bisogna dimenticare che la Valle dei Templi è il sito siciliano più visitato dell’Isola e uno dei più visitati al mondo. 

 

SENTIERI, SAPORI

SPETTACOLO NOTTURNO NELLA VALLE

Tempio della Concordia, Valle dei templi AgrigentoTempio di Ercole (notturno) Valle dei templi Agrigentotramonto dalla casa natale di Pirandello 

Non mancano di certo i posti in città, nella mitica Valle dei Templi, ma anche nell’immediato hinterland, dove poter apprezzare il connubio incredibile delle bellezze archeologiche e della natura, che si sveglia in questi giorni dal letargo invernale per proporsi in tutto il suo fulgore

 Agrigento, Telamone, Tempio di GioveMandorlo in fiore e Tempio di ErcoleAgrigento, Tempio di Castore e PolluceAgrigento, Tempio di Castore e Polluce

E nel pacchetto turistico è previsto un  pranzo con “Menu di Primavera” in ristoranti tipici con prodotti “Bio” ed a “Km 0”, cioè rigorosamente locali e freschissimi.

Il programma si avvale di un suggestivo spettacolo notturno, sabato sera (ore 21), di danza e musica nel cuore della Valle dei Templi, al cospetto dei santuari greci tutti illuminati.

 Onirico Tempio Concordia Tomba di Terone, Valle dei Templi Agrigento


LE FABBRICHE CHIARAMONTANE

 Fabbriche Chiaramontane Agrigento

Presso le Fabbriche Chiaramontane, centro permanente per eventi culturali e d’arte nel cuore della città, gli appassionati di pittura potranno visitare la Mostra, tutta al femminile, di quattro pittrici: Olga Brucculeri, Rosalba Mangione, Samantha Torrisi, Liliana Zappalà.

Rosalba Mangione Il VoloBrucculeri Olga, pittrice


Samantha Torrisi








E presso i luoghi pirandelliani (Biblioteca Museo Pirandello) espone anche il trapanese Peppe Caiozzo.Peppe Caiozzo, Gnomoni

 

MERCATINO DEL BIOLOGICO

AIAB ASSOCIAZIOME ITALIANA AGRICOLTURAOmaggio allAgrigento I Festa del Bio 

A cura dell’A.I.A.B. (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) saranno allestiti nella giornata conclusiva di domenica (dalle ore 7.00 alle 13.00), in centro città, numerosi stands a beneficio dei visitatori buongustai, i quali potranno degustare sapori genuini di una volta e leccornie autoctone di ogni tipo, che potranno anche acquistare.

 

 

domenica, 08 marzo 2009

8 MARZO

NON SOLO MIMOSE

 Copertina in rumeno de L

La madre di PirandelloMarta AbbaAntonietta Portulano, moglie di PirandelloLa Madre, Luigi VerrinoJenny Schultz Lander Vincenzo SciamèLe donne non hanno bisogno soltanto di una Festa a loro dedicata, di mimose e di omaggi floreali di tutti i tipi. Destinatarie da sempre di violenza, vessazioni, soprusi; discriminate in ogni società e in ogni tempo, continuano a pagare ancora un prezzo altissimo, anche nelle società più civilizzate. E allora non bisogna accontentarsi soltanto di celebrazioni, pur importanti e coinvolgenti come messaggi; occorre fare della condizione femminile il problema dei problemi, da tenere sempre in evidenza nelle istituzioni, nelle fabbriche, negli uffici, in ogni luogo del vivere civile e soprattutto in Parlamento, che deve essere il presidio più avanzato per iniziative concrete, volte al raggiungimento della vera ed effettiva parità dei sessi e all’eliminazione delle violenze fisiche e morali nei confronti della donna.

La rosa della libertà, Vincenzo Sciamèorchidea vandaRosaThailandia, orchidee VioleRosa 2





TRE PITTRICI NEI LUOGHI PIRANDELLIANI

 Casa Natale di Pirandello, contrada Caos

Il connubio tra la cultura pirandelliana e la pittura al femminile è ritornato alla ribalta ad Agrigento, grazie alla seconda edizione della rassegna “Raccontare per immagini – Arte Contemporanea nei luoghi di Pirandello” organizzata dal Centro Studi Erato” di Agrigento, diretto da Nello Basili, che si è aperta il 23 gennaio presso la Biblioteca Museo Pirandello con l’esposizione della pittrice italo-belga, Nuccia Gandolfo, e che in questi giorni, presso la Casa Natale del Premio Nobel, propone in contemporanea due mostre sull’Impressionismo Dianoetico di Nuccia Accardo e di Maria Grazia Raffaele. Tre pittrici moderne, che operano ad Alcamo, Segesta-Calatafimi, Vita, con mostre in tutto il trapanese, e che rappresentano un probante e serio impegno della donna nel campo dell’arte, come si evince dalle opere e dalle note critiche.

 

NUCCIA GANDOLFO

 l

L’ultima cena

 

Diceva Empedocle: «Gli agrigentini mangiano come se dovessero morire l’indomani e costruiscono come se non dovessero mai morire».

Due assiomi di carattere universale della società opulenta di tutti i tempi, che trovano riscontro nel famoso “superfluo” di cui si occupò Pirandello nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore, per evidenziare come la coscienza dell’uomo oscilli perennemente tra i due poli opposti dell’angelismo e del  vuoto e gretto materialismo.

In Nuccia Gandolfo queste istanze primordiali diventano pittura, sfida, simbolo, surrealismo, con  peintures idonee a rappresentare isole di salvezza o edificanti vie di fuga o utili ammonimenti a futura memoria.

Nuccia Gandolfo LVale la pena cominciare dal titolo della silloge, “l’Ultima Cena”, di chiara impronta immaginifica con quei tredici pannelli a mutuare in maniera surreale il cenacolo leonardesco, sostituendo al Cristo e agli Apostoli frutti “giganti” della terra. Non è difficile rinvenire il significato insito: l’Arte come assoluto è valore aggiunto e fondante per sottrarre l’uomo all’oblio, al caos della vita, all’inganno e alle seduzioni del mondo, svincolandolo dalle follie e dalle fobie del presente.

Al di là della valenza simbolica, la rappresentazione della Gandolfo ha quindi una valenza di avvertimento escatologico, volto a sollecitare l’intelletto umano ad usare con parsimonia e con temperanza quello che la natura e la vita offrono a piene mani, perché la società dei consumi è in grado di riprodurre all’infinito i bisogni e i desideri dell’uomo, fino all’insaziabilità. E per overdose da cibo, per bulimia o per anoressia, si muore.

Nuccia Gandolfo, LMa l’avvertimento è anche religioso, sia pure di laica religiosità, perché in fondo i cibi, così seducenti e invoglianti, possono tradire i valori finalistici della vita, causando guasti irreparabili. E l’ultima cena cristiana non è l’annuncio di un tradimento estremo, il messaggio di chi si è fatto uomo per sacrificarsi, per salvare redimendola l’umanità dall’Apocalisse?

Le quadrature pittoriche gandolfiane, basate sull’incontro di poche tonalità calde, sottendono la fissità della rivelazione, come pericolo potenziale e non ancora incarnato, laddove nella cena di Leonardo da Vinci era il movimento a denunciare gli stati d’animo e l’interrogazione sorpresa su chi avrebbe tradito.

Il linguaggio pittorico è fatto assai spesso di allusioni e di metafore, di rimandi e di enigmatici richiami, ma non sfugge mai al modo di essere dell’artista, che in tutti i soggetti esprime e riproduce il suo vero stigma.

Nuccia Gandolfo, Aurora del mondoE l’imprinting “architettonico” dei colori fa svariare Nuccia Gandolfo, in tutte le sue opere, dall’astratto al figurativo e dal figurativo all’astratto, dal numerico al geometrico fino alla composizione matematica, senza soluzione di continuità, ma con visioni antiaccademiche che evidenziano la tendenza profonda del suo io, che riesce a cogliere della realtà l’immaginario collettivo, pur nella metamorfosi degli stati del cosmo e della materia.

Nuccia Gandolfo, Universo blu

Linguaggio in ultima analisi filosofico che stacca dal caos primordiale ricomposizioni e forme non stranianti, a lenire nel calore coloristico l’angoscia dell’uomo contemporaneo.

Nuccia Gandolfo, Ballerini

 

MARIA GRAZIA RAFFAELE

 Maria Grazia Raffaele Sollecitazione sonora

Impressionismo, medicamento dell’anima

 

Maria Grazia Raffaele SaetteNella frammentazione dell’esistenza o delle esistenze, qual è il telos dell’artista?

Un quesito, questo, vecchio quanto il mondo, che oggi per l’impressionismo dianoetico di Maria Grazia Raffaele sembra avere una sola risposta: non esiste più la pittura, ma il pensiero della pittura che si fa immagine, e che è poi espressione viva e palpitante, sentita e avvertita istantaneamente dalla singolarità di ciascun artista.

Il logos dell’artista incarna quella caratteristica che è propria dei periodi complessi, cioè la tendenza del presente che s’indirizza al dato per intuizione - e non per razionalità -  a rompere decisamente con il passato, distaccandosene quasi irrimediabilmente, mentre il futuro risulta difficilmente prevedibile. Su tali cardini, la pittura di Maria Grazia Raffaele coglie (all’interno e all’esterno) impressioni, emozioni, sensazioni, percezioni e le comunica così come sono percepite dall’anima: momentanee, fuggitive, evanescenti, oniriche, eteree, aeree, irreali, fantastiche.

Maria Grazia Raffaele Tu

Questo tipo di post-impressionismo si pone, quindi, in chiave antiromantica, perché, a differenza dei sentimenti duraturi e profondi del romanticismo, le impressioni sono brevi e indefinite, con contorni pittorici che svariano o sfumano, creando un’atmosfera immaginaria, raffinata, elegante, preziosa. Si spiega così il ruolo dell’anima a rifugiarsi nel simbolo, nel surreale, immergendosi nel soggettivismo, che è cosa diversa dall’antropocentrismo.

Maria Grazia Raffaele, Passione

L’uomo non è più il riferimento di tutte le cose e il centro del mondo, perché non c’è più un solo mondo, ma nell’universo astronomico esistono altri mondi.

Maria Grazia Raffaele, EnergiaNel momento in cui l’episteme, distaccatasi dalla filosofia, ha reso comprensibile di questo universo tutto quello che c’era da comprendere, non poteva non sorgere nell’artista una profonda insoddisfazione psicologica, per radicale assenza di scopo.

E allora la pittura, come s’evince dal suo itinerario artistico, per Maria Grazia Raffaele diventa un necessario medicamento dell’anima da comunicare all’esterno; predomina in lei il pensiero immediato d’esprimere, con l’arte, l’esigenza imprescindibile di mutare il mondo: il pittore abbandona le sue vecchie pretese e diventa intellettuale  multi-uso, in grado di leggere, decifrare, riconciliare o superare ogni contrasto presente e futuro. Per ritrovare l’anima mundi - o meglio dei mondi - occorre riproporre la fantasia e il sogno, corrosi - o forse uccisi - dalla tecnica, dall’economia, dal materialismo: la pittura impressionistica dianoetica ne è il canale privilegiato.

Maria Grazia Raffaele Pensiero

 

 

NUCCIA ACCARDO

 Nuccia Accardo, Risveglio dell

Turbamenti cromatici

 

Nuccia Accardo Sipario sulla TerraIl linguaggio dell’anima corrugata potrebbe essere definita l’esperienza pittorica di Nuccia Accardo. Non si tratta di un’estetica nè di un’etica aristotelica, ma una diànoia, una conoscenza di sé e della natura, che si fonda su una intuizione en plein air.

La parte intellettuale dell’artista acquisisce i turbamenti che le derivano dal reale e li trasforma pittoricamente, ribellandosi alle convenzioni e rivolgendosi al colore più che al disegno.

Lo sfondo, il paesaggio, non è qualcosa di aggiunto, ma avvolge le figure.

Oggetti e persone sono trattati con la stessa pennellata ampia e decisa, accostando i colori senza mescolarli, in modo tale da ottenere risultati “vibranti” e vivi, in un contrastante alternarsi di superfici uniformi e irregolari e varietà di colori intensi e anche eterocliti.

Nuccia Accardo Laguna IncantataGià nei titoli del repertorio dell’Accardi si rinvengono i dettami del suo magistero artistico, con temi che vanno dal sogno (Fantasie oniriche di una psiche sognante, La natura e il sogno) fino a raggiungere i territori sterminati del meraviglioso (Flora e fauna nel paese delle meraviglie, Laguna incantata).

La natura e lo stato d’animo non è mai sereno o statico, come meglio si evince dall’opera Tridimensionale, dove spazio e tempo sembrano fondersi in una terza dimensione onirica e stupefatta, che precede la procella, che poi diventa situazione conclamata nel mistero avvolgente della Tempesta. Nuccia Accardo tridimensionale

Tutti i quadri possono essere letti in sequenza tra loro, riproducendo, come in un più grande puzzle, senza nascondimenti o camuffamenti, emozioni e percezioni visive, nascenti dallo scorrere del tempo, dai cambiamenti d’animo e della natura.

Contrasti, colori forti e vividi, per certi versi insoliti e rivoluzionari, generano una drammaticità che si stempera nell’invenzione coloristica, che ammanta uomini e cose in un’aura a volte misteriosa.

Sembra quasi che la pittrice voglia eludere il momento del futuro, pur sapendo che il tempo è condizione dell’esistenza intesa come progetto e, insieme, come visione anticipatrice, che riconosce e accoglie l’invalicabile finitudine dell’uomo.

Privilegiando opzioni antiaccademiche in difesa dell’individualismo dell’artista, la pittura di Nuccia Accardo è vivificata dal gusto della scoperta  e della ricerca autonoma: è forma più completa e sottile delle parole, un’occasione per vivere meglio i sentimenti dell’essenza delle cose e della propria anima, per liberarsi delle ansie del presente. Tuttavia, la pittrice riesce a iscriversi nel solco di una corrente che fa delle scelte cromatiche un valore concettuale ed intellettuale, come momento di congiunzione e di mediazione tra cuore e mente.

Nuccia Accardo L

Ponendo con le sue opere problemi di ordine plastico sulla forma, sullo spazio, sul colore, Nuccia Accardo annuncia e enuncia - e forse denuncia -  i termini di una nuova poetica pittorica che s’incardinano nelle vaste e inquietanti problematiche dell’uomo del Terzo Millennio.

 

 

 

 

domenica, 15 febbraio 2009

A PROPOSITO DEL RIGASSIFICATORE

 Panorama con pino dal Caos

L’energia, croce e delizia, necessità e schiavitù dell’evo moderno. Chi la possiede, l’energia se la tiene stretta. Viceversa, i poveri del mondo ne fanno le spese, con una dipendenza che a volte può essere sconvolgente. E il rigassificatore che dovrebbe sorgere a Porto Empedocle, portando in tutt’Italia energia dall’Africa, via Sicilia, e opportunità ad Agrigento, sta creando le premesse per uno scontro aspro, un vero vespaio senza esclusioni di colpi, con ricorsi al TAR e alla Comunità Europea e raccolta di firme ad Agrigento. I colombi, i progressisti, asseriscono, progetto alla mano, la bontà e l’utilità del rigassificatore senza sconvolgimenti ambientali; i falchi, irriducibili, ribattono che ne va di mezzo l’ambiente con le zone limitrofe ai luoghi pirandelliani della casa natale e alla valle dei templi, non molto lontana, anche se non s’affaccia direttamente sul mare africano.

Il Caos, Luigi PirandelloCasa Natale di Pirandello La marina di P.Empedocle e il CaosDalla Concordia verso il porto

Un manicheismo che rischia di dividere anche due comuni, Porto Empedocle e il capoluogo agrigentino, schierati tra le due diverse opzioni; e che potrebbe rinviare sine die il progetto, ma in ogni caso diventare l’alibi per frenare il progresso del capoluogo.

 

SCIASCIA DOCET

 

Su Occhio di Capra, Leonardo Sciascia ci fornisce alcuni esempi ragionati sui modi di dire, anche offensivi, e sulle divisioni tra comuni limitrofi. Prendiamo spunto per citare  il brano che riguarda il suo paese natale di Racalmuto e il più piccolo e vicinissimo comune di Grotte, laddove il termine dialettale “gruttisi” che designa gli abitanti di Grotte assume un significato spregiativo.

 

Leonardo SciasciaGRUTTISI. Grottesi. Di Grotte, paese a tre chilometri da Racalmuto; e più piccolo. I grottesi che venivano a Racalmuto erano derisi dai ragazzi con questa strofe, variamente scandita o cantata:

 

Grutti gruttisi

Cu li corna tisi

Scorcianu cani

E fannu cammisi

 

(Grotte grottesi

con le corna ben dritte

scuoiano i cani

e della pelle fanno camicie)

 

Si irrideva così alla povertà dei grottesi: e davvero il paese deve essere stato poverissimo; ma nella sua povertà, più vivo di Racalmuto. Nella seconda metà dell’ottocento, vi insorse il dissenso protestante (valdese); e il movimento socialista trovò tra i contadini e zolfatari una diffusione e una forza che a Racalmuto non ebbe: al punto che nel 1893 vi si tenne un congresso dei Fasci Siciliani dei Lavoratori. E, oggi, per l’intraprendenza commerciale di alcuni, Grotte è un paese più ricco di Racalmuto. In quanto alle corna, è da notare che ogni paese, pur registrandone nella sua storia e cronaca innumerevoli casi ridevoli o tragici, ne attribuisce sempre di più ai paesi vicini. Non c’è paese siciliano dove non si dica (molto meno oggi) che nei paesi vicini tutti o quasi tutte le donne abbiano l’abitudine di tradire i loro mariti e che tutti o quasi tutti i mariti subiscano i tradimenti delle mogli senza far tragedia, tranquillamente. “Cornuti pacifici”, cioè cornuti che ragionano sulla propria disgrazia o addirittura ne approfittano. Ma il “cornuto pacifico” effettualmente è il prodotto di una società mafiosa. La morale sessuale del mafioso è ragionata fino al sofisma, rifugge dal cosiddetto delitto d’onore. E ne sono campioni – pur non essendo propriamente mafiosi – tanti personaggi delle novelle e delle commedie di Pirandello.

 

 

 

postato da: ubaldoriccobono alle ore 12:43 | link | commenti (39)
categorie: ambiente, letteratura, pirandello, sciascia